Lo spettatore #288- This is not: F1 (2025)

Ero determinato a ignorarlo questo film sulla Formula 1 perché sapevo con certezza cosa aspettarmi e non volevo sprecare due ore e mezza di vita per sorbirmi un carrozzone di plastica che sicuramente non avrebbe rappresentato le corse, né tantomeno si sarebbe rivelato un grande pezzo di cinema.
Poi di colpo eccolo comparire sulla schermata della piattaforma e io, come un coglione, gli ho pure dato dei soldi.
Che carattere indomabile eh?
Gli dei che troneggiano sulla collina hanno deciso che Joseph Kosinski deve ripercorrere le tracce lasciate da Tony Scott allo scopo di ricrearne la filmografia e adattarla alle nuove generazioni.
Ora, magari F1 non è esattamente Giorni D Tuono però lo spirito è quello e il risultato probabilmente anche, ovvero un mega carosello pubblicitario su una serie automobilistica che spinge per mostrarsi in tutto il suo splendore.
Peccato solo che F1 non racconti la F1, ma la versione deforme della categoria per come la vorrebbero gli americani di LibertyMedia e cioè uno sport con gare da videogioco ammantato da trame tipiche delle telenovelas in stile Drive To Survive. Dopotutto esattamente ciò che mi aspettavo.
Lasciamo stare la storia, che nasce da uno spunto privo di senso e che serve solo per avere Brad Pitt a bordo e parliamo del resto, se di resto ce né.
Il regista e Ehren Kruger scrivono una sceneggiatura, ma potevano lasciar fare all'intelligenza artificiale data l'ovvietà dei passaggi. Prima di vedere il film già si sa che alla fine il derelitto team APXGP vincerà una corsa, che a portarlo al successo sarà Brad Pitt, che il suo giovane e arrogante compagno di squadra verrà elevato dalla presenza del saggio maestro e cambierà il suo approccio al mestiere, che i vecchi metodi son meglio dei nuovi anche se non guidi più un'auto con cambio manuale, che tra Brad e la bella Kate scoccherà la scintilla nonostante l'ostacolo della professione, che alla fine l'eroe tornerà a percorrere la sua strada sparendo metaforicamente all'orizzonte alla ricerca di quella mistica sensazione che si prova quando si guida un'auto da corsa, anche se ha appena finito di pilotare lo strumento più veloce e sofisticato del pianeta trovando proprio quello che cercava.
L'avete già visto questo film, anche se non l'avete mai visto.

Quantomeno Giorni Di Tuono sfogava il suo contrasto in pista, opponendo al protagonista come avversari i piloti che lo sfidavano sugli ovali della Nascar. Qui invece, al di là della blanda rivalità tra Hayes e Pearce, i venti partecipanti al mondiale praticamente non esistono e prendono le fattezze di figuranti messi sullo sfondo solo per movimentare un poco le gare. Il vero cattivo della storia è l'affarista interpretato da Tobias Mendez che vive lo sport come bieco strumento per fare soldi, rovinando la purezza della competizione e il romanticismo delle corse (tutto ciò all'interno di una pellicola prodotta da Apple e finanziata dal carrozzone che porta in giro l'opulento circo della Formula 1, che fa pagare cifre folli dentro e fuori le piste per l'utilizzo del proprio prodotto e che muove talmente tanti soldi da poter cancellare il debito pubblico di qualche staterello africano. Vi lascio un paio di minuti per elaborare la cosa).

Poi è chiaro: una volta che smettiamo di fingere che dentro F1 ci sia una trama e proviamo a guardare la pista le cose un po' cambiano, ma nemmeno così tanto come sarebbe lecito aspettarsi. Non voglio fare la punta e dire, ad esempio, che gli on board dell'incidente giovanile di Haynes sono girati a Brands Hatch e non a Jerez, perché suppongo di non essere io l'obbiettivo dei produttori del film. Tuttavia le scene di gara le definirei altalenanti. Vero è che gli addetti agli effetti speciali sono stati in gamba a fornire l'illusione delle due APXGP, schierandole in fondo alla griglia in determinati gran premi per mostrarle assieme agli altri, oppure sovrapponendo le loro livree a quelle delle auto reali per ricreare i sorpassi e le azioni di battaglia. Eppure i momenti nei quali si vede Haynes superare tutti come se fossero fermi sono chiaramente creati apposta (perché in effetti tutti gli altri sono fermi, o quasi e si vede).
Se anche gli incidenti non sono così fantasiosi come potrebbe sembrare a occhio inesperto (basta cercare e si trovano dinamiche quasi identiche in giro per la rete), un po' per le scelte di fotografia, un po' per i tagli confusi di montaggio, un po' per una regia un filino troppo dinamica, ho ricavato l'impressione di falso come nei videogiochi di Codemasters, che sono vicinissimi alla realtà ma gli manca ancora un pezzettino per essere davvero credibili.
Si potrebbero muovere un sacco di appunti al realismo di questo film, ma sarebbe tutta fatica sprecata, perché lo scopo del progetto non è mai stato di raccontare la F1, ma descrivere lo sport per come piacerebbe fosse al promoter, ovvero un prodotto luccicante da poter controllare e distribuire a prezzi molto alti.
Da questo punto di vista magari ha anche funzionato visti i notevoli incassi che la pellicola ha portato a casa, buona parte dei quali per un certo periodo potrebbero anche trasformarsi in pubblico pagante per i Gran Premi.
Tuttavia come film in sé non vale molto perché non scalda, troppo penalizzato dalla prevedibilità della sceneggiatura e poco esaltato da un comparto tecnico che fornisce una resa incapace di lustrare le scarpe ai grandi maestri del genere.
Per una volta il pregiudizio era fondato. Potevo fare a meno di infliggermi due ore e mezza di questa roba.






Commenti

  1. "Lo scopo del progetto non è mai stato di raccontare la F1, ma descrivere lo sport per come piacerebbe fosse al promoter" e aggiungo: di pisciare in testa al pubblico che segue questo sport, senza la cortesia di chiamarla pioggia.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Il pubblico che già seguiva questo sport prima di LM è una nicchia troppo piccola per i loro interessi.

      Elimina

Posta un commento