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Lo spettatore #301- La simpatica ruralità contadina: The Wicker Man (1973)

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Con grave ritardo rispetto al resto della società civile ho raggiunto l’obbiettivo di guardare The Wicker Man, un opera che, seppur forse non la prima, è senz’altro tra le capostipiti di un certo folk horror. Naturalmente se può vantare questo primato ci sono dei motivi, ma devo confessare di essermi trovato di fronte a un film decisamente più strano di quanto sospettassi. Credo tutti sappiano di cosa parli The Wicker Man, se non altro per sommi capi. In caso contrario altro non è se non l’indagine di un rigido funzionario di polizia inglese sulla scomparsa di una bambina avvenuta in un’isola abitata da soggetti piuttosto particolari. Il che di per sé non rappresenta nulla di particolarmente sconvolgente, solo che i tizi sono molto particolari e che tutto ci viene presentato tramite l’insospettabile intrusione del musical. Ora, non vi immaginate i sontuosi balletti di Broadway e tutte quelle cose lì, anche perché la musica non è un linguaggio narrativo vero e proprio qui, quanto uno st...

La canzone della settimana #18- Fågelle: Innan malen hittat in

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  Funziona così: mi capita di ascoltare un pezzo e tal pezzo mi piace. La conseguenza di ciò è che esso viene inserito in una playlist che con notevole dose di fantasia ho chiamato Heavy R. In tale limbo la canzone in questione rimane circa un mese, suonata a rotazione assieme a tutte le altre che hanno attirato la mia attenzione, per un totale che varia dagli 80 ai 120 brani in base alla ricchezza dell'offerta musicale del periodo. Finito il tirocinio la lista viene setacciata e tutte le canzoni con 4 settimane di esercizio passano sotto le forche: se mi dicono ancora qualcosa proseguono la propria vita in un'altra playlist più ricca ed eterna e, se esiste, promuovono anche l'ascolto del rispettivo album di provenienza. Quelle che non passano via, giustiziate senza pietà. Non è detto che le ragazze che girano in Heavy R. siano tutte freschissime, perché magari sono nuove per me che non le ho mai ascoltate, ma in realtà hanno decine di anni sulla schiena. Ecco, nello scegli...

Lo spettatore #300- Composizione: La trama fenicia (The Phoenician Scheme, 2025)

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Dovrei semplicemente smetterla, tanto ormai è chiaro che le commedie non fanno per me. Questo mio insistere non può far altro che farmele odiare ancora di più. Bisogna imparare a conoscere i propri limiti. Sgomberiamo subito il campo dagli equivoci: non sono un grande esperto di Wes Anderson, tuttavia dei tre film di sua direzione che ho visto, almeno due li ho trovati carini. Che non è esattamente un termine carico d’entusiasmo, ma, trattandosi di commedie, per me è già un grosso punto a favore. Certo, forse avrei fatto bene a controllare le date di produzione dei prodotti andersoniani a me graditi, ma fidatevi, a un certo punto della vita ogni cosa sembra successa l’altro ieri e che I Tenembaum e le Avventure Acquatiche Di Steve Zissou si portassero sulla schiena un quarto di secolo non l’avrei mai detto. Standoci attento, invece, avrei scoperto che la pellicola di Wes che meno mi ha comunicato (The French Dispatch) è anche la più vicina al film di oggi. Magari seguendo l’intera film...

La canzone della settimana #17- Elijah Minnelli: Low Country

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  Un genere che fatico davvero tanto a sopportare è il reggae. Non mi trasmette niente, non ci sento niente e ogni volta che lo suonavano alle serate rock di quando ero giovane (parliamo degli anni novanta del settecento) abbandonavo la pista e mi andavo a ubriacare. Insomma, senza il reggae sarei stato una persona migliore, più attenta a se stessa e più in pace con il resto del mondo. Invece sono l'essere più solitario e fastidioso dell'emisfero nord, grazie Giamaica. Ad ogni modo tutte le monete hanno due facce e anche il reggae ha prodotto un figliastro uguale ma opposto: il dub. Ecco, i rapporti che intrattengo con il dub sono decisamente più cordiali: non saremo mai amici, sia chiaro, ma ci rispettiamo. Così capita che certi pezzi ipnotici tipici del genere facciano breccia e riescano addirittura a conquistarsi un posto nel vasto catalogo delle canzoni che un giorno potrei anche riascoltare volentieri. Elijah Minnelli (che non penso sia parente) ne ha sfornato uno da poco ...

Lo spettatore #299- Nessuno è al sicuro: Il cattivo poeta (2021)

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In un regime puoi essere chi vuoi ma non sarai mai al sicuro, nemmeno se i quadri di comando ti riconoscono il ruolo di ideologo, di poeta supremo, di vate. Perché l’unica questione importante per il potere è preservare se stesso. Il Gabriele D’Annunzio portato in scena da Sergio Castellitto è un uomo stanco, fisicamente indebolito e mentalmente provato, forse a tratti geloso dei bagni di folla offerti a Mussolini e ferito dalla marginalità in cui è stato relegato. Però è anche un uomo capace di pensare, qualità che il regime non può tollerare. Il Gabriele D’Annunzio portato in scena da Sergio Castellitto è un uomo stanco, fisicamente indebolito e mentalmente provato, forse a tratti geloso dei bagni di folla offerti a Mussolini e ferito dalla marginalità in cui è stato relegato. Però è anche un uomo capace di pensare, qualità che il regime non può tollerare. Ad ogni modo, nonostante il titolo, non è lui il protagonista dell’opera. A guidarci nei meandri del ventennio è infatti il Gio...

La canzone della settimana #16- Archive: Patterns

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  Non è la prima volta che gli Archive conquistano questo spazio, il che è notevole considerando le poche pubblicazioni di questa rubrica sin qui, ma è anche vero che non sono i primi a ripetersi, perché quando la gente è brava a fare il suo mestiere non è difficile farsi largo anche in settimane piuttosto piene come quelle di fine Febbraio. In un certo senso è quindi naturale che un gruppo così affine ai miei gusti riesca quasi sempre a spuntarla, se poi ci fossero dubbi sulla scelta, voglio dire, sentite qua:

Iuri legge per voi: Quattro dopo mezzanotte vol.1 (Four Past Midnight, 1990) di Stephen King

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Come accennato nel commento al secondo volume di questa raccolta, probabilmente la prima parte di Quattro Dopo Mezzanotte gli è qualitativamente superiore anche se all'epoca nella quale acquistai i libri non me ne resi conto, colpito com'ero dalle potenzialità del Fotocane e scottato dal film sui Langolieri, prodotto talmente fiacco da convincermi che il problema potesse trovarsi nell'opera originale. Quando si è giovani si sbaglia, lo si fa spesso e molte volte non si possiede l'umiltà di riconoscerlo. Poi si invecchia e si muore. I LANGOLIERI Oggi, dopo numerose riletture, sono quasi giunto alla conclusione che I Langolieri possa essere definito addirittura un classico della letteratura kinghiana, un'opera sperimentale per le abitudini del nostro Re preferito, che sceglie un'ambientazione originale (per lui) come quella di un volo di linea e sforna un racconto di fantascienza sul senso che attribuiamo al tempo, infarcendolo al solito di personaggi talmente ...