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Lo spettatore #223- Dove c'è Nick c'è caos: Prisoners Of The Ghostland (2021)

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Fatico a resistere quando vedo il faccione di Nic stampato su una locandina. Se poi il film in questione promette di essere una cosa fuori di testa , completamente sbullonata e ricca di stranezze, facile immaginare come la sua presenza possa rivelarsi un valore aggiunto di notevole entità. Peccato che strano non voglia dire bello. O almeno non sempre. Difficile descrivere cosa sia Prisoners Of The Ghostland. Sicuramente la pellicola narra una storia senza tempo e senza spazio, dal gusto astratto e dalla messa in scena importante. Un prodotto che va ad omaggiare il post apocalittico anni ottanta, se vogliamo, ma che lo arricchisce con qualcosa di giapponese e con un'estetica western, tanto per mischiare per bene tutte le sue influenze. Un lavoro del genere, va da sé, è il terreno ideale per una storia di avventura. Un racconto tipico dentro un universo atipico, che poi è la solita solfa del prigioniero che va a guadagnarsi la salvezza recuperando la figlia/amante/moglie o, come in q

Lo spettatore #222- Buon Natale a tutti!: Silent Night (2012)

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Non c'è niente di meglio che passare la notte della viglia assieme a un bel film a tema, con Babbo Natale tutto preso a riportare le persone dentro al solco della moralità grazie alla distribuzione di doni e malefici pezzi di carbone. Poi che per raggiungere l'obbiettivo lui scelga di sterminare i cittadini non può che aggiungere pepe alla vicenda. Occhio a non pensare male, però. Mi rendo conto che per come ve l'ho messa giù io siate portati a credere che il soggetto alla base di Silent Night possa produrre risultati divertenti, ma sareste in errore. Non solo perché di Babbi Natale con le scatole di traverso è pieno il cinema di genere, o perché il titolo dell'opera non sembra proprio l'esito di raffinate ricerche. Quanto perché Steven C. Miller e i suoi ragazzi non sono stati capaci di tirare su nulla di decente da esso. Ora, la prima cosa che mi ha fatto cadere le braccia sono stati i dialoghi inutili che ammorbano la fase iniziale della visione, quando la cinepr

Lo spettatore #221- Profondità siberiane: Superdeep (2020)

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Si dice che a Hollywood sia stato smarrito il cinema da medio budget. C’è chi attribuisce la responsabilità di questo alle piattaforme, chi al pubblico. Io non sono del mestiere, quindi evito di entrare nell’argomento e registro solamente una certa nostalgia per quei film che riempivano i palinsesti televisivi senza per forza coltivare ambizioni di eternità. Roba che divertiva e che per un’ora e mezza mi consentiva di evadere dai crucci quotidiani. A quanto pare però se sulla collina hanno smesso di produrre certe cose, nel resto del mondo ci tengono ancora. So che il titolo di questo film farebbe pensare a un disco funky anni settanta, ma bisogna aver pazienza, perché certe trovate piacciono. Andiamo con ordine piuttosto e diciamo chiaramente che non serve aspettare di vedere come è vestita la protagonista nel finale per capire quali siano i riferimenti cinematografici di Arseny Syuhin. Ambientazione e attacco rimandano subito la mente alla Cosa, mentre gli spazi angusti e il senso i

Iuri legge per voi: Serpico (1973) di Peter Maas

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  Il libro di Peter Maas su Frank Serpico è insieme biografia e appassionante romanzo poliziesco. La storia è quella vera di un poliziotto disgustato dal livello di corruzione che soffoca il dipartimento di New York e della sua battaglia solitaria nel tentativo di creparne le coperture o, quantomeno, di rimanere pulito. Quella di Maas è comunque un’operazione giornalistica, mirata a denudare le malefatte di chi sta dalla parte del potere, sgretolando l’impunità goduta da certe categorie di persone. Per lui conta il messaggio, quindi del romanzo recupera i ritmi e certi stratagemmi utili a costruire la tensione, ma non il disegno dei personaggi. L’intento del libro è chiaro e la figura di Serpico viene plasmata con questo scopo. Integerrimo, mai sfiorato dalle tentazioni, tormentato dal comportamento altrui ma mai al punto da mettere in discussione sé stesso e i propri valori. Un monolite a cui Maas affida l’occhio morale del giudice, sorvolando su eventuali debolezze. Con queste premes

Iuri legge per voi: La Chiave Di Vetro (The Glass Key, 1930) di Dashiell Hammett

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  Ned Beaumont non è un investigatore come tutti gli altri. Nel noir i protagonisti sono uomini consumati, sciolti dall'esistenza, talvolta rassegnati, che prendono cazzotti ma che spesso li restituiscono, uomini travolti da eventi dei quali perdono il controllo, però anche astuti, capaci di districrasi tra quei dedali piovosi o pregni di afa dove convivono reietti, sangue, fumo, alcol e donne fatali. Potremmo definirli professionisti dell'investigazione, che conoscono i rischi del mestiere e sanno scansare i peggiori. Ecco, il Beaumont creato da Dashell Hammet è un dilettante. Un tuttofare del boss politico locale che, quando la situazione si scalda, sembra rassegnato alla sconfitta. Un problema personale gli porta in dote un distintivo, quel distintivo lo costringe a mettersi a sbrigare un lavoro per il quale non è preparato e nemmeno l'amicizia con il grande capo gli sarà di aiuto. Anzi, produrrà nuovi grattacapi. Se Hammet fosse rimasto per tutto il romanzo con questo

Lo spettatore #220- Gli eroi di una volta: Il Colosso Di Rodi (1961)

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Credo che tra gli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso il peplum fosse il corrispettivo dei moderni film con i supereroi. Chiunque desiderasse guadagnarsi un po' di spazio nel mondo di celluloide doveva partecipare ad almeno una di queste pellicole. Infatti i post su Facebook risalenti a quegli anni sono un fiorire di: i miti greci hanno rovinato il cinema, non se ne può più di queste tuniche e di questi sandali, sono tutti uguali, visto uno visti tutti. Provate a cercare se non ci credete. Ovvio, non tutte le critiche degli internauti di metà novecento erano infondate, così come non lo sono quelle attuali. L'adattamento per il cinema dei miti biblici o grecoromani ha portato spesso a trame ingenue, nelle quali il romanzo rosa era una tassa da pagare più che un'esigenza narrativa e l'eroe dava l'idea di avere tutti gli astri dalla sua parte qualsiasi cosa facesse. Ma erano prodotti che funzionavano e, allora come oggi, le case di produzione mettono su pellico

Lo spettatore #219- La nostra prima volta: Nico (Above The Law, 1988)

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Che ci crediate o no, questa per me e Steven Seagal era la prima volta. Dovete infatti sapere (ma non è vero, non dovete proprio nulla, ricordatelo quando qualcuno ve lo dice) che i film picchiaduro non sono mai stati tra i miei simpatici. Quando vedevo quel faccione lì apparire sullo schermo, poi, la mia mano scattava con una velocità inattesa dal resto del corpo e cambiava canale senza che nemmeno tutti i pixel si fossero accesi. Mi sono così immaginato che il buon Seagal non fosse altro che uno di quegli omoni col sogno della recitazione finito in filmacci da pochi soldi girati senza la minima ambizione in est Europa. Invece no. É esistito un momento storico nel quale anche il colosso dal codino più nero che c'è ha avuto la sua occasione nelle parti nobili della collina. Oddio, forse Nico non può essere definito il gioiello più luccicante nel diadema di Hollywood, anche se la presenza di due calibri come Sharon Stone e Pam Grier farebbero pensare al contrario. La verità è che l