Lo spettatore #321- Plastica rosa e rivendicazioni: Barbie (2023)
Forse vi starete chiedendo perché mi sia deciso a guardare Barbie in questo 2026, lasciando le chiacchiere e i meme lontani tre anni. Ecco, magari la risposta è insita nella domanda, che però, come spesso succede, è sbagliata. L’interrogativo che mi porrei se fossi un ipotetico interlocutore sarebbe: ma perché uno come me deciso di guardare un film come Barbie?
In effetti a spingermi è stata la curiosità per una narrazione costruita sul filo dell’assurdo, all’interno di un’atmosfera psichedelica e colorata non priva di trovate brillanti e battute indovinate, tutti elementi di una storia che sfrutta un’icona dell’infanzia occidentale per trasformarla in qualcosa di differente, forse persino strano. Chiaramente un esperimento diverso rispetto a quelli tentati dalle trasposizioni horror dei pupazzi come ne abbiamo viste fin troppe di recente, piuttosto parliamo di una commedia dal potenziale demenziale messa in piedi con l’ambizione di raccontare qualcosa di più profondo.
C’è del potenziale in Barbie che trova sfogo nel suo stesso modo di prendersi in giro, nel giocare con le caratteristiche delle bambole rappresentate, sottolineando le assurdità esposte nei cataloghi, ma non dimenticando la fantasia delle bambine che con le bambole ci giocano. In questo senso l’idea stessa di Barbie Land è interessante e tenera, perché è un luogo costruito dall’ingenuità di chi ancora può permettersi la spensieratezza.
Purtroppo però Barbie è anche una centometrista che corre su di una pista fatta di pece.
Per la gioia di Mattel qui la bambola si sente dare della fascista, anche se la cosa davvero strana è vederla piangere per un insulto del quale non credo conosca nemmeno il significato. La regista la mena parecchio con questa cosa del patriarcato, tanto da rendere la trama serva della rivendicazione.
Che poi è un argomento che ci sta all’interno di una pellicola del genere, ma sapete come la penso riguardo ai bravi cantastorie e alla necessità di dare la precedenza al racconto, che tanto poi il messaggio emerge da solo.
Gerwing invece spinge forte il tasto, preferendo sacrificare il ritmo piuttosto che rischiare di non essere capita. Una pressione talmente evidente che poi (forse su richiesta) è costretta a costruire un finale melenso dove tutti trovano il loro posto al termine della battaglia dei sessi che ha sconvolto Barbie Land.
Io sinceramente non saprei cosa rispondere, ma tanto sarebbe anche una fatica inutile. Questo film l’hanno ormai visto tutti, mancavo solo io.




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