Lo spettatore #329- Massimo Spavento: L'ombra del vampiro (Shadow of the Vampire, 2000)

Se volete conoscere il dietro le quinte di un film contemporaneo spesso è sufficiente andare a scovare qualche intervista, cercare tra il materiale promozionale disponibile, pescare qualche foto rubata dal set e mettere insieme le cose. Certo, non è affatto sicuro che il risultato di queste ricerche sarà la verità, ma quantomeno avrete davanti un buon surrogato della stessa che, nel giro di qualche anno, potrebbe venire arricchito da aneddoti autentici.
Ma con una pellicola vecchia di un secolo la situazione cambia.
Friedrich Wilheilm Murnau girò lo spaventoso Nosferatu nel 1922 e probabilmente da subito nacquero le leggende che hanno contribuito a renderlo ciò che è. Del resto ha senso se pensiamo all’aspetto terrificante del prodotto finale, esaltato dalla luce espressionista tipica dei tedeschi e da un attore seppellito sotto il trucco che si chiamava Massimo Spavento. Il mistero ammantava tutto il progetto a partire dall’esistenza stessa di Max Scherck, il cui nome evidentemente pareva una trovata pubblicitaria. L’assenza parziale o totale di foto di scena, la dispersione del materiale di produzione e l’antichità, poi, hanno ingigantito storie nate all’epoca per scherzo o come meccanismo promozionale, portando attorno al film l'alone mitologico che comunque un’opera del genere merita.
Così il regista Elias Merhige e lo sceneggiatore Steven Katz, con l’aiuto di Nic Cage in produzione, radunano un cast stellare e scelgono di raccontare il Nosferatu dietro la macchina da presa, tentando forse di capire quali meccanismi hanno portato al capolavoro.
Naturalmente salta fuori che non è esistito nessuno Max Schreck e che a interpretare il conte Orlock all’interno della pellicola di Murnau fu un vampiro autentico, scovato chissà come dal regista durante le ricerche per l’ambientazione.
Murnau ha firmato il classico patto con il diavolo per convincere il vampiro a recitare per lui, un accordo terribile che prevedeva un sacrificio umano da compiersi davanti alla cinepresa, tanto per aggiungere un tocco di realismo al prodotto finale.
Ecco, su chi dei due abbia realmente affidato la propria anima a Satana sarebbe poi da farci tutta una riflessione, perché dietro la maschera horror in realtà L’Ombra Del Vampiro parla di altro.
Anche se troverete dappertutto scritto che si tratta di un film drammatico a tinte orrorifiche, io tendo a vederci ampi spazi di commedia, portata dentro da Cary Elwes che mi fa ridere solo a guardalo, ma anche da un certo gigioneggiare di Willem Defoe nei panni di Schreck, sempre molto eccessivo, più adatto a una puntata del vecchi telefilm della famiglia Addams che a un vero horror di quelli da farsela addosso.
Non so, io ho questa sensazione qui ed è possibile che sia anche un effetto non voluto da parte di autori che hanno sbagliato tutto, eppure se lo guardo con quest’ottica il film sembra meno disastroso di come fu definito al tempo.
Del resto gioca con le leggende e con la messa in scena poco realistica, provando a fare del meta-cinema manipolando una materia complessa.
Va dietro le quinte di un capolavoro assoluto e se lo avesse fatto con incedere serioso avrebbe rischiato di deriderne per davvero l’importanza.
Qualsiasi fossero gli intenti, comunque, di base a Merhige interessava più di tutto il concetto di alienazione. Il suo Murnau vede tutto attraverso la macchina da presa e l’unica cosa alla quale dà importanza è la riuscita del progetto. Per questo risultato è disposto a sacrificare qualunque cosa, comprese maestranze e star ineguagliabili. Vero, alla fine può presentare un capolavoro che sopravviverà in eterno, ma il prezzo da pagare è altissimo.
Lo è anche in parte per chi guarda, comunque, dato che Merhige non è Murnau (ovviamente) e il suo film risulta piattino, poco entusiasmante e abbastanza lento. Le idee ci sono e sembrano chiare, la loro proiezione su pellicola meno. Più che altro il regista non sembra essere sicuro sul tono che vuole dare all’opera, così da risultare a volte grottesco, altre serissimo, altre ancora poeticamente drammatico e molto spesso, come detto, quasi parodistico.
Ne esce una pellicola abbastanza sgonfia che a tratti fatica a trascinarsi avanti e che il gran numero di facce note non riesce da solo a raddrizzare.
Dopo di che è ovvio: Max Schreck è esistito veramente e pare quasi certo che abbia preso parte alle riprese di Nosferatu, Greta Schröder non è stata sacrificata davanti alla cinepresa e non sono stati maltrattati autentici vampiri da Murnau. Il film di Marhige ha preso la leggenda più assurda tra quelle nate attorno all’opera del regista tedesco e ci ha costruito la sua trattazione sul vampirismo della creatività
Un progetto intelligente ma poco riuscito, che spreca il suo potenziale con l’indecisione, ma che una volta nella vita può valer la pena d’essere visto.
A voi la scelta di decidere se quel giorno è proprio oggi.





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