Lo spettatore #327- Esistono: Per niente al mondo (2022)
Esistono e sono tra noi. Piccole perle nascoste del nostro cinema che passano quasi inosservate in un ambiente troppo impegnato a mostrare sempre le stesse facce e a raccontare sempre le stesse storie nello stesso modo. Sono difficili da trovare, a volte impossibili se non c'è nessuno che ne segnali la presenza. Ma ci sono e fanno pensare che dopotutto qualcuno che abbia davvero a cuore il mestiere ci sia ancora.
Va bene, magari Per Niente
Al Mondo non è proprio un capolavoro, tuttavia vi si intuisce la
necessità di raccontare una storia attraverso una visione chiara e
la voglia di fare cinema.
Il film parla della caduta nel baratro (come si intuisce dalla locandina) di un uomo che è all'apice del successo personale in quanto cuoco rinomato, gestore di un ristorante di successo che si appresta a ristrutturare, con una figlia adolescente che lo adora e un gruppo di amici storici uniti da un legame solido, per altro anch'essi giunti alla piena soddisfazione personale fatta di case bellissime, famiglie amorevoli e tutto il corollario.
Ma basta un singolo errore giudiziario per precipitare ogni cosa e distruggere questo mondo apparentemente granitico. Perché, per quanto ci possiamo ripetere che non è così, basta essere accusati di qualcosa per diventare colpevoli davanti agli altri e non serve l'assoluzione per far tornare tutto come prima.
Il film parla della caduta nel baratro (come si intuisce dalla locandina) di un uomo che è all'apice del successo personale in quanto cuoco rinomato, gestore di un ristorante di successo che si appresta a ristrutturare, con una figlia adolescente che lo adora e un gruppo di amici storici uniti da un legame solido, per altro anch'essi giunti alla piena soddisfazione personale fatta di case bellissime, famiglie amorevoli e tutto il corollario.
Ma basta un singolo errore giudiziario per precipitare ogni cosa e distruggere questo mondo apparentemente granitico. Perché, per quanto ci possiamo ripetere che non è così, basta essere accusati di qualcosa per diventare colpevoli davanti agli altri e non serve l'assoluzione per far tornare tutto come prima.
Tutto viene raccontato
attraverso un ardito utilizzo del montaggio che alterna la vita
carceraria di Bernardo con ciò che succede prima e dopo di essa.
Questo può sembrare un esercizio di stile, io stesso, soprattutto
sulle prime, ho avuto questa impressione. Invece la scelta funziona,
perché illustra con chiarezza lo sconvolgimento che attanaglia
l'uomo, prima felice e soddisfatto, poi piegato e provato, infine
disperato al punto da prendere decisioni troppo drastiche per poter
essere gestite.
Mentre lui è in carcere da innocente che tenta di superare le difficoltà di un luogo ameno, fuori l'intera comunità si affretta a ripudiarlo, tranne la figlia, unica che gli dà fiducia piena. Persino i suoi migliori amici, seppur con tonalità differenti, lo rifiutano.
Naturalmente qui si innesta il rapporto con il compagno di cella, reduce dalla guerra in Jugoslavia e dotato di una morale forte. Ma Elia non è lì per caso e forse Bernardo fa l'errore di dimenticarselo.
Mentre lui è in carcere da innocente che tenta di superare le difficoltà di un luogo ameno, fuori l'intera comunità si affretta a ripudiarlo, tranne la figlia, unica che gli dà fiducia piena. Persino i suoi migliori amici, seppur con tonalità differenti, lo rifiutano.
Naturalmente qui si innesta il rapporto con il compagno di cella, reduce dalla guerra in Jugoslavia e dotato di una morale forte. Ma Elia non è lì per caso e forse Bernardo fa l'errore di dimenticarselo.
Il vero sbaglio che fa
Bernardo (ma forse anche Elia) è però quello di dimenticare il
mantra carcerario che l'ha tenuto in piedi e di rivolere tutto e
subito. Per fare ciò, quando capisce che negli amici storici non
troverà una sponda, si dovrà rivolgere proprio a Elia e da lì
tutto è destinato a precipitare.
Il finale in questo senso riesce leggibile abbastanza presto durante la visione, eppure Ciro D'Emilio e Cosimo Calamini alla sceneggiatura spostano le pedine in modo da non mettere il protagonista davanti a una tragedia suprema, ma piuttosto a qualcosa di più sottile e crudele, in un certo senso, costruendo nel frattempo una sorta di fine del mondo che lascia in sospeso tutte le sue conseguenze.
Il finale in questo senso riesce leggibile abbastanza presto durante la visione, eppure Ciro D'Emilio e Cosimo Calamini alla sceneggiatura spostano le pedine in modo da non mettere il protagonista davanti a una tragedia suprema, ma piuttosto a qualcosa di più sottile e crudele, in un certo senso, costruendo nel frattempo una sorta di fine del mondo che lascia in sospeso tutte le sue conseguenze.
Il film si fa guardare
anche da un punto di vista estetico, aiutato da un gruppo di attori
che siamo abituati a vedere poco sullo schermo, ma che, anche senza
essere i campioni dell'arte, risultano abbastanza naturali da
compensare alcuni dialoghi un po' artificiali che qui e là si
sentono recitare.
Il punto forte del progetto, secondo me, è però il comparto sonoro, capace di restituire il senso di malessere attraverso l'utilizzo di bassi profondi e talvolta ossessionanti premiati da un missaggio che non mi ha mai fatto bestemmiare, cosa che in un film italiano difficilmente capita.
Ci saranno anche forzature in quello che dicono, ma le parole degli attori si sentono sempre, l'accento vagamente veneto dei personaggi suona perfetto con l'ambientazione (mai dichiarata, ma facilmente intuibile) e l'insieme funziona alla grande.
Il punto forte del progetto, secondo me, è però il comparto sonoro, capace di restituire il senso di malessere attraverso l'utilizzo di bassi profondi e talvolta ossessionanti premiati da un missaggio che non mi ha mai fatto bestemmiare, cosa che in un film italiano difficilmente capita.
Ci saranno anche forzature in quello che dicono, ma le parole degli attori si sentono sempre, l'accento vagamente veneto dei personaggi suona perfetto con l'ambientazione (mai dichiarata, ma facilmente intuibile) e l'insieme funziona alla grande.
Se per certi versi la
pellicola di D'Emilio mi ha ricordato Il Capitale Umano (il mio
Virzì, preferito, o forse l'unico che apprezzo), soprattutto per la
scelta di non dare mai per scontati il carattere e le azioni dei
personaggi, va anche detto che non si tratta del film del secolo.
Ma va benissimo così, secondo me. É con questi prodotti che si costruisce un'industria, opere buone, che costano il giusto e che andrebbero lanciate il più possibile invece di tormentare l'anima degli spettatori con commedie sempre più stupide vendute come se fossero eredi dei lavori di Monicelli.
Per Niente Al Mondo funziona perché ha qualcosa da raccontare e delle idee che fanno intuire la voglia delle maestranze coinvolte di farlo.
Davvero, a volte basta questo per rendere una visone piacevole e quindi non posso fare altro che consigliarvelo.
Ma va benissimo così, secondo me. É con questi prodotti che si costruisce un'industria, opere buone, che costano il giusto e che andrebbero lanciate il più possibile invece di tormentare l'anima degli spettatori con commedie sempre più stupide vendute come se fossero eredi dei lavori di Monicelli.
Per Niente Al Mondo funziona perché ha qualcosa da raccontare e delle idee che fanno intuire la voglia delle maestranze coinvolte di farlo.
Davvero, a volte basta questo per rendere una visone piacevole e quindi non posso fare altro che consigliarvelo.





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