Lo spettatore #324- La voce dell'oracolo: Idiocracy (2006)
Buon ultimo sono arrivato anche io a mettere gli occhi davanti a uno dei film tra i più menzionati, in quanto legittimato di essere premonitore della nostra società. L’avrò sentito citare milioni di volte a proposito della deriva che, oltre oceano ma non solo, ha preso l’umanità occidentale. Come se il film fosse stato girato nel 1660 e non in un 2006 dove le cose già stavano in un certo modo.
Idiocracy è una commedia demenziale e, se un po’ mi
conoscete, sapete che con questa premessa partiamo malissimo. Io non rido mai,
tantomeno davanti a un film e se non sei gli ZAZ o Mel Brooks difficilmente
puoi spezzare questa realtà.
Tuttavia Mike Judge (aiutato alla sceneggiatura da Ethan Cohen, nientemeno) ci prova con tutte le sue forze, devo dargliene atto. La sua abilità nello spostare la manopola dell’assurdo a livelli alti è certificata da quel paio di gag che effettivamente sono riuscite a intaccare il mio sistema nervoso simpatico, perché ben posizionate e perfettamente coerenti. Tuttavia il contesto generale l’ho trovato faticoso nel suo tentativo di aggiungere una scenetta matta dopo l’altra, ma non è colpa sua. È quasi sempre così per me.
Tutto sommato una commediola innocua che prova a riempire il suo spazio con situazioni assurde, che a volte ci riesce ma molto più spesso no. Siamo nella norma.
Tuttavia Mike Judge (aiutato alla sceneggiatura da Ethan Cohen, nientemeno) ci prova con tutte le sue forze, devo dargliene atto. La sua abilità nello spostare la manopola dell’assurdo a livelli alti è certificata da quel paio di gag che effettivamente sono riuscite a intaccare il mio sistema nervoso simpatico, perché ben posizionate e perfettamente coerenti. Tuttavia il contesto generale l’ho trovato faticoso nel suo tentativo di aggiungere una scenetta matta dopo l’altra, ma non è colpa sua. È quasi sempre così per me.
Tutto sommato una commediola innocua che prova a riempire il suo spazio con situazioni assurde, che a volte ci riesce ma molto più spesso no. Siamo nella norma.
Eppure di Idocracy si continua a parlare come fosse il terzo
segreto di Fatima, avvolgendolo nel manto del profeta e spiegando che a
quell’epoca avevano già capito dove saremmo arrivati.
Grazie al braccio, mi viene da dire. Come dicevo in apertura parliamo di un’opera del 2006, un periodo storico nel quale la pubblicità e l’ossessione per denaro e successo avevano già plasmato la cultura occidentale in generale e quella statunitense in particolare.
Idiocracy non fa altro che estremizzare la tendenza di una nazione che aveva già voluto un attore di Hollywood (peraltro nemmeno così in gamba) alla propria guida e che idolatrava loschi figuri come Donald Trump ben prima della tripla candidatura.
Poi potremmo stare ore per cercare di capire cosa la gente ci trovasse in un soggetto che era Trump già negli anni settanta, anche se adesso tanti si coprono sostenendo la tesi del rincoglionimento senile, ma riassumendo si potrebbe pensare che quando una cultura ti inebria con la sete di denaro a qualunque costo e ti rintrona con slogan pubblicitari continui e martellanti, vien facile immaginare come un plurifallito che se la cava sempre grazie alle proprie ricchezze diventi l’idolo incontrastato di buona parte dell’America teledipendente e mediocre dispersa nei vasti spazi.
Grazie al braccio, mi viene da dire. Come dicevo in apertura parliamo di un’opera del 2006, un periodo storico nel quale la pubblicità e l’ossessione per denaro e successo avevano già plasmato la cultura occidentale in generale e quella statunitense in particolare.
Idiocracy non fa altro che estremizzare la tendenza di una nazione che aveva già voluto un attore di Hollywood (peraltro nemmeno così in gamba) alla propria guida e che idolatrava loschi figuri come Donald Trump ben prima della tripla candidatura.
Poi potremmo stare ore per cercare di capire cosa la gente ci trovasse in un soggetto che era Trump già negli anni settanta, anche se adesso tanti si coprono sostenendo la tesi del rincoglionimento senile, ma riassumendo si potrebbe pensare che quando una cultura ti inebria con la sete di denaro a qualunque costo e ti rintrona con slogan pubblicitari continui e martellanti, vien facile immaginare come un plurifallito che se la cava sempre grazie alle proprie ricchezze diventi l’idolo incontrastato di buona parte dell’America teledipendente e mediocre dispersa nei vasti spazi.
Idiocracy non si proietta nel futuro ma inquadra il proprio
presente con l’obbiettivo della caricatura. Non è un prodotto geniale che
riscrive le regole della comicità, né un racconto irresistibile del quale si
vorrebbe ricordare ogni battuta a memoria per giocarsela nelle serate goderecce
tra amici.
È semplicemente una commedia demenziale riuscita a metà come molte sue coeve, che si diverte a prendere in giro la stupidità dell’uomo medio, ma che si ricorda di esagerare in modo da non offendere veramente qualcuno.
Si può ridere, a volte, durante la visione. Ma personalmente non me lo porterò dietro troppo a lungo.
È semplicemente una commedia demenziale riuscita a metà come molte sue coeve, che si diverte a prendere in giro la stupidità dell’uomo medio, ma che si ricorda di esagerare in modo da non offendere veramente qualcuno.
Si può ridere, a volte, durante la visione. Ma personalmente non me lo porterò dietro troppo a lungo.



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