Lo spettatore #320- Un percorso accidentato: Un film fatto per Bene (2025)

Purtroppo devo ammettere di non essere un conoscitore dell’opera di Franco Maresco. Di lui ricordo solamente vaghi episodi di Cinico TV, esperimento affascinate che catalizzava lo sguardo ma che all’epoca ero troppo giovane e stupido per capire. Per fortuna è lo stesso regista a costruire un riassunto su ciò che è stato. Ovviamente a modo suo.


Il film, come si intuisce dal titolo, prende spunto dall’idea di dirigere una pellicola su un episodio poco noto della vita di Carmelo Bene, commediografo dissacrante a cui il regista siciliano si sente legato. Solo che tutto va in vacca, il progetto salta e Maresco, deluso e frustrato, si ritira dalla vita pubblica lasciando i suoi collaboratori senza direzione.
Ecco, con questo presupposto Maresco monta una sorta di documentario sulla sua stessa opera, approfittando delle ricerche di amici e colleghi per analizzare le motivazioni che si celano dietro a uno stile che gli ha sempre causato parecchi grattacapi.

Alla base del racconto c’è l’ironia sprezzante con la quale gli sceneggiatori Maresco, Claudia Uzzo, Umberto Cantone e Francesco Guttuso disegnano la figura del regista e le difficoltà della produzione quando in ballo ci sono opere originali, destinate a non diventare mai popolari, eppure capaci di lasciare un segno.
Naturalmente tutti si prendono in giro, da Maresco stesso che si diverte a fare il regista intransigente schiavo delle proprie manie, agli autori che si piazzano davanti alla macchina da presa, fino ai produttori che giocano col concetto di film irrealizzabile anche se in realtà hanno realizzato proprio quello che stiamo guardando.
Un’opera semi seria che spazia tra caricatura ed eccesso, che parla di cinema e arte facendo cinema e arte.
Sulla fruibilità in sé occorre fare i conti con una certa anarchia di base che però, almeno a quanto ho capito, è comunque la cifra stilistica di un autore che conosce la materia ed è in grado di manipolarla a suo piacimento e che non rinuncia a provocare, come quando si paragona a Carmelo Bene scatenando la perplessità sui volti dei giornalisti con una presa di posizione che non si sa quanto sia seria o ironica.
Del resto tutto è così, perché qui Maresco pare prendere in giro ogni cosa, a partire dal proprio modo cinico di intendere l’arte cinematografica.
È come se Franco Maresco stesse girando un film su un altro Franco Maresco e i due non si conoscessero.
C’è spazio per un po’ di repertorio nella fase centrale del lavoro, quella più documentaristica dove si sviluppano l’ascesa e i problemi affrontati dal regista nel suo decennio d’oro. Una fase più divulgativa proposta da un regista che forse vuole essere capito una volta per tutte.
Ma sono teorie, perché il bello di Maresco, a quanto sembra, sta proprio nell’assenza di coordinate.
Io mi sono divertito.



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