Lo spettatore #317- Crescere è un (video)gioco: Scott Pilgrim vs. The World (2010)
Strano come Scott Pilgrim vs The World abbia mancato il botteghino. Eppure gli elementi per sfondare c’erano tutti: un regista acclamato, un genere alla moda e tante facce giuste sullo schermo. Se vivessimo in un mondo completamente sbagliato che giudica i film solo dagli incassi della prima settimana ci troveremo di fronte a un disastro. Invece, per fortuna.. No, aspettate un attimo.
Indubbiamente Scott Pilgrim vs The World è un prodotto strano, che fin da subito fa bella mostra di sé attraverso un’estetica eccessiva piena di scritte e pixel da videogioco, oltre che con un montaggio ardito che spedisce il tempo in avanti con l’efficacia di una DeLorean. Wright, che si è sempre divertito a esplorare i generi mostrando una conoscenza del mezzo notevole, anche qui utilizza la commedia come bussola e sforna un perfetto cine fumetto piazzato a metà tra le storie con le tutine e il racconto giovanile, pieno di personaggi esagerati e dal ritmo vertiginoso, sfruttando la neonata mania per i supervolanti che gli garantisce la possibilità di mettere insieme combattimenti spettacolari.
Non a caso proprio dal mondo delle vignette arriva la storia originale, che naturalmente non conosco e che continuerò a ignorare fingendo indifferenza. Tuttavia la struttura della trama ricorda più da vicino quella dei videogiochi. I sette ex che Scott deve affrontare per conquistare la possibilità di stare con Ramona sono avversari di un picchiaduro ad incontri e Wright li tratta come tali, con tanto di effetti grafici e power up da sbloccare. Inoltre ognuno di loro ha le proprie assurde caratteristiche che diventano anche le armi da battaglia.
Prima che me lo chiediate no: quello che vedete in foto non è quel Calkin, ma l’altro. Ad ogni modo se Wright si fosse fermato al film cazzaro con i combattimenti spettacolari e le idee visive non ci sarebbe gran che da dire. L’elemento importante del progetto è un altro e si nasconde nella storia che sta sotto il divertimento. Riuscire a fondere così bene trama e significati, lo sappiamo, è mestiere che non tutti riescono a maneggiare, ma Wright è uno di quelli capaci e quindi l’esercizio gli viene bene.
Scott è un giovane uomo senza prospettive, che sta con una ragazzina per godersi ancora l’immaturità e che sostanzialmente non sa fare niente se non suonare il basso. Il percorso attraverso gli ex di Ramona, il rapporto con lei che ha un vissuto più tosto del suo e la consapevolezza di quello che è il vero motivo per cui sta combattendo sono passaggi di un romanzo di formazione, che invece di mostrare giovani imbronciati davanti a uno specchio d’acqua, fa esplodere di colori lo schermo e si muove tra trovate comiche più o meno riuscite. La forza del lavoro di Wright è nei suoi protagonisti alla disperata ricerca di un’identità precisa, di obbiettivi concreti e di una direzione. Qualcun altro ci avrebbe tirato fuori un mattone sentimentale, Wright invece ci propone un commedia con i supereroi e lo fa a modo suo, o in quello che era il suo modo all’epoca: anarchico, folle, competente e divertente.
Chissà come fa Wright a non sbagliarne nemmeno una?



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