Vi racconto una storia: Sei di sette



Ormai si vedeva benissimo anche in pieno giorno. Quell'enorme massa rossa sospesa nel cielo era sempre li, sempre più grossa, sempre più vicina.
Sciantal fissava imbambolata l'oggetto percependone il rombo incessante. Non riusciva a staccare lo sguardo. Avvertiva il calore di quell'elemento sbagliato sulla propria pelle e sudava, soffocata dalla sua presenza.
Con la mano tastò alla cieca sulla cassetta postale alla ricerca del citofono. Quando l'indice riconobbe il tasto rotondo lo premette, quasi fosse l'unico elemento del suo corpo capace di prendere una decisione. La donna venne disturbata dallo strillare allegro del campanello.
A quel punto si rese conto che non esisteva alcun rombo, che il caldo era parte dell'estate e che si riusciva benissimo a respirare. Ma non si sentì sollevata. Quel sasso era ancora li, sopra di lei. Sopra a tutti quanti.
Ci fu un ronzio, seguito da uno scatto meccanico. Sciantal spinse il cancello e percorse il vialetto cinto da piante profumate che la condusse verso la porta d'ingresso della villa. Sulla soglia, già aperta con la solita solerzia, l'attendeva Enore. Il maggiordomo al servizio del commendatore reggeva una busta gialla bella spessa. Ma non gliela porse subito, come era solito fare.
“I signori chiedono se non è proprio possibile un ultimo spettacolo” disse l'uomo tenendo la busta saldamente incastrata tra il braccio e il busto magro. Sciantal spostò gli occhi dalla busta al maggiordomo, vestito in un impeccabile abito di flanella nonostante il caldo della giornata.
“Mi dispiace Enore”
“I signori si attendevano una risposta simile” Enore si aprì in un sorriso che fece cadere tutte le preoccupazioni di Sciantal. Poi le porse la busta. “Dentro hanno voluto inserire un piccolo dono, con il quale loro e io, se mi è concesso, desideriamo augurarle ogni fortuna. A lei e ai suoi figli.”
“Grazie” riuscì a dire semplicemente lei raccogliendo il pacco. Lo sentì molto gonfio sotto le mani. Le venne da piangere perché forse ce l'aveva fatta.
“Crediamo sia ora che il vento cambi per lei” continuò il maggiordomo.
Sciantal lo guardò. Dal viso anziano di quell'uomo traspariva solo benevolenza. Ma non seppe trattenersi: “mi sa che sono finiti i tempi di quando i signori decidevano le fortune di quelli come me.” Indicò il cielo con un cenno del capo.
Il maggiordomo si fece serio ma non perse l'aria serena che lo contraddistingueva. Guardò in alto. “Credo sia proprio così”.

Una volta in strada Sciantal si mise a correre. La fretta la spingeva verso la stazione dei treni dove la attendevano i bambini. Quando la videro arrivare i due saltarono giù dalla panchina dove stavano appollaiati e le si lanciarono incontro urlando “mamma”.
Lei si chinò per abbracciarli e annusò il loro profumo di sudore. Voleva tenere la testa affondata in quei capelli, ma doveva fare presto. Un'occhiata al grande orologio posto sopra il cartellone degli arrivi le confermò che il tempo scarseggiava. Ancora accovacciata cercò lo sguardo dei figli. Vide i loro occhi, verdi come i suoi, spalancati e pieni di fiducia. Sorrise. “Dobbiamo muoverci”, disse, sperando che capissero, che non facessero storie. Erano stanchi e li avrebbe compresi. Ma non sopportati probabilmente.
Si alzò in piedi e fece scorrere lo sguardo all'interno dell'atrio. Vide molta gente accalcata vicino alla biglietteria e, poco più in là, un piccolo capannello attorno a un uomo isolato da una cintura di guardie armate con dei bastoni.
Spada. Finalmente.
Si avvicinò verso quel piccolo gruppo e quando fu li davanti provò a farsi strada per raggiungere il bagarino secco e dalla pelle grigia che rideva stringendo in un pugno tante speranze. Ma non riusciva a passare, frenata dalla massa umana e dai personaggi che quel tipo portava con se. Si voltò di nuovo verso la sala e vide i due bambini fermi nel mezzo, che la cercavano. Trasse un respiro. “Spada!” urlò, sperando che in quel chiasso lui la potesse sentire.
Il bagarino cercò con lo sguardo in direzione della sua voce “Oh ciao Sciantal, ce l'hai fatta vedo”, la accolse mostrandole il sorriso giallo e marrone. “Coraggio ragazzi, fate passare”.
Sciantal strinse con la mano la busta che teneva stretta al tessuto della camicetta e superò lo sbarramento per trovarsi faccia a faccia con Spada.
“Li hai?” Chiese lui non appena Sciantal gli fu a tiro. Lei gli porse la busta gialla che Spada prese in mano e soppesò. “É anche più grossa di quanto servirebbe”. Sembrava soddisfatto.
Lei lo guardò: “perché sono più di quelli che mi hai chiesto. Tanto non serviranno più a nessuno”.
“Non si sa mai amica mia. Se si riparte da zero stavolta voglio andare il pole position, che sono stanco di stare in fondo”. Spada si voltò verso uno dei burberi che stavano con lui e gli fece un cenno. Questo aprì la giacca sudata che gli strizzava il corpo gigantesco e pose a Spada tre tagliandi bianchi. “Ecco, i tuoi biglietti per la salvezza”.
Sciantal li prese e si voltò di corsa per tornare dai bambini. N, il più piccolo stava abbracciato a M, che con il suo taglio sulla guancia si sforzava di individuare la madre. Poi la vide e sembrò rilassarsi mentre sussurrava qualcosa al fratellino.
“Mi raccomando bella. Se dopo tutto questo avrai bisogno di qualcosa cercami. Sarò ricco, ma non stronzo! Farò qualunque cosa per voi! Pagando, s'intende”. La voce di Spada scomparve risucchiata dal brusio che affollava la stazione.

Sciantal con i ragazzi appesi alle gambe procedeva lentamente verso i binari. I due piccoletti, nel loro sforzo di fare gli uomini di casa, trascinavano le valigie con le poche cose che si erano portati dietro. Faticavano e la rallentavano, ma lei non ebbe il cuore di togliere ai loro visetti orgogliosi quella responsabilità.
La banchina numero cinque pullulava di persone, come tutte le altre del resto. I convogli sostavano sui binari gonfiandosi man mano che passavano i minuti. Urla e richiami risuonavano tra le volte. La gente camminava compressa, urtandosi e spingendosi in una calca acefala che pareva vagare senza direzione.
“Mi raccomando di non perdervi adesso”, disse ai figli ancora attaccati a lei, mentre uscivano dal sottopassaggio e si infilavano in quella bolgia. Sciantal sapeva che doveva tuffarsi davanti alla prima porta disponibile e salire su un vagone qualsiasi. Poi, nel caso, avrebbero trovato un posto vagamente comodo.
Sentì N. piagnucolare “mamma”. Se lo strinse vicino, ma non poteva fermarsi per chiedere cosa non andasse. Non in quel momento, o sarebbero stati travolti dalla fiumana. “Tieni duro”. Senza sapere se l'avesse detto o solo pensato, che in mezzo a quella calca non si capiva nemmeno quello.
Furono spinti e strattonati. Qualcuno provò a rubare il borsone di M. che però resistette, mostrando la cicatrice sulla guancia che quasi gli attraversava l'occhio. Il ladro desistette, forse per rispetto.
Dopo un altro paio di tirate che quasi le portarono via il sempre più disperato N. finalmente giunsero davanti all'ingresso di un vagone. M. sveglio come era sempre stato, alzò la valigia e la posò sul primo gradino iniziando la salita. Sciantal spinse in avanti anche N. e si accorse del perché il bimbo si stesse lamentando. Aveva perso la valigia. Il piccolo dovette notare la madre sgranare gli occhi a quella visione, ma Sciantal si premurò di dirgli “non è importante, sali di corsa che presto il treno parte”, sforzandosi di sfoderare la voce più dolce del proprio repertorio. Un'impresa, inutile nasconderlo.
La donna si voltò e rifletté sull'opportunità di tornare indietro a recuperare l'oggetto. Ma vide lo sciame di teste e i corpi incespicanti di gente che pareva non avere nemmeno un volto disegnato sulla faccia e decise di lasciar perdere. Salì sul convoglio subito dietro a N, inconsolabile senza il suo fardello.
Gli scompartimenti erano già pieni. Sciantal pensò di andare per vagoni a cercare un posto per mettere a sedere i figli. Ma poi li vide in faccia e cambiò idea. “Fermiamoci qui. Sedetevi sulla valigia che tra un poco si parte”.
Passò molto tempo, invece. Sciantal non avrebbe saputo dire quanto, perché non controllava l'orologio da parecchio. Ma comunque fu un periodo lungo durante il quale il treno si riempì ancora di gente atterrita che non parlava e di bambini piangenti che non riuscivano a stare zitti. Fu orgogliosa dei sui ragazzi. Anche N, seppur a fatica, si era calmato e ora i due se ne stavano li, vicino alla valigia a guardare fuori dal finestrino.
Poi finalmente la stazione scivolò fuori dal loro campo visivo e il viaggio iniziò.

Sciantal si lasciò cullare dall'oscillazione del treno e dal ritmico rumore delle rotaie, tanto che finì per addormentarsi in piedi. Nel dormiveglia il brusio degli scompartimenti era un sogno distante. Ma poi il treno frenò e lei stramazzò a terra tra i gridolini sgomenti dei suoi figli. “Cazzomerda”, disse mentre si rialzava verificando che tutte le ossa fossero rimaste al loro posto.
“Mamma”, si sentì chiamare. “State tranquilli, mamma sta bene”. Rispose loro, anche se non del tutto sicura della veridicità dell'informazione.
Poi sentì il soffio delle porte che si aprivano e vide le persone sciamare verso le uscite, decongestionando il treno. “Da quanto tempo siamo in viaggio?” Chiese ai ragazzi. “Boh”, disse uno. “Un po'”, disse l'altro.
Vedendo che tutti si muovevano avvolti nel silenzio irreale, Sciantal prese la valigia superstite e indicò ai bambini di seguirla.
Quando furono scesi però notò qualcosa di strano.
Si trovavano in un campo ingiallito dal calore e completamente deserto. Non c'era traccia di rifugi. La gente si guardava attorno smarrita. Nessuno sembrava sapere dove andare. Le venne in mente che forse si trattava di una sosta per sgranchirsi, ma si rese conto che l'idea era stupida. Stupida come chi l'aveva partorita.
Subito dopo si sentirono delle grida provenire dal treno. Sciantal si voltò a guardare un gruppo di omoni cacciare giù dai vagoni alcune persone che non volevano scendere. O che volevano risalire. Le porte iniziarono a chiudersi.
Poi il treno si mosse placido sui binari. “Cosa succede mamma?” Sciantal vide i finestrini scorrere. Dietro uno di essi, ne fu quasi sicura, Spada ridente salutava con la mano.
Sciantal si lasciò cadere in ginocchio, pungendosi sull'erba gialla. Rimase li, seduta sui talloni, a guardare il convoglio farsi più piccolo. Sopra di lei quel sasso rombava con il suo calore rosso, spietato e inarrestabile. Si poteva sentire l'aria che veniva spostata da quel coso, anche se era troppo presto e l'oggetto ancora lontano.

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