Lo spettatore #315- Estremi rimedi: Humane (2024)
Poi accende la televisione e ha solo voglia di bestemmiare.
Invece è proprio di una famiglia ricca che si trova alle prese con i DOCS, aguzzini stipendiati dallo stato federale per occuparsi del trapasso, gente che guadagna un tot a cadavere e che quindi quando si ritrova per le mani meno merce del previsto ha tutte le intenzioni di tamponare la perdita.
Jared, Rachel, Noah e Ashley devono decidere chi tra loro offrire come corpo mancante e siccome per questa gente i 250 mila dollari valgono come gli spicci che si portano in giro per pagarsi l’aperitivo, si tratta di una semplice questione di sopravvivenza.
Raccontato così può sembrare il classico horror a eliminazione che tante volte si è visto su uno schermo, solo con gli adulti viziati invece degli adolescenti insopportabili. Il fatto è che ho omesso un paio di particolari decisivi a spiegare come Humane in realtà si presenti da film che del genere ha solo qualche suggestione, mentre in realtà è l’ennesimo racconto che ci arriva da oltre oceano in cui si sottolinea la degenerazione sociale. Non tanto e non solo per il modo che ha il governo di gestire la situazione, quanto per le persone coinvolte nella vicenda. Gente che rimane sconcertata quando i membri armati dei DOCS ammazzano innocenti, ma che non esita a eliminarsi a vicenda pur di sfangarla. A proposito, i quattro protagonisti sono fratelli. Fratelli coltelli, è proprio il caso di dirlo.
Lei va a pescare anche tra il cosiddetto popolo, gente che di solito viene incensata perché innocente per antonomasia, ma in realtà parte attiva della degenerazione sociale. Bob è un mollusco, un uomo medio che per puro caso si trova investito dell’immane potere di poter decidere della vita altrui e se ne approfitta con sadismo, insieme al suo plotoncino di gente senza cervello ma con le armi che giustifica l’omicidio come incidente. Un tipo di umano abbastanza comune di questi tempi.
Tutto ciò è piuttosto esplicito e i personaggi sono quello che sono fin dal loro ingresso in scena, tranne forse Noah che conferma la massima secondo la quale non andrebbero mai fatti incazzare i buoni. Non c’è evoluzione ed escluso il finale che può essere interpretato in almeno due modi, il senso della storia è sempre palese. Ne viene fuori un film analitico, forse troppo freddo. Cronemberg non rinuncia al sangue che però è sempre in ombra, scuro e centellinato. Non esibisce la violenza in modo sguaiato, ma affonda il colpo se lo ritiene necessario. Insomma una pellicola posata che funziona fin quando illumina lo schermo, ma che (ameno nel mio caso) perde slancio abbastanza presto dopo la visione.
Lo definirei un progetto riuscito a metà, ma come sapete ho le mie brave difficoltà con i Cronemberg, quindi potrei non essere una fonte affidabile. Comunque ho fiducia nel futuro della regista. Son mica pessimista come gli sceneggiatori moderni.





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