FL #17- Le avventure di un corriere: Death Stranding (2019)
Hideo Kojima, dall’alto della sua aura di infallibile genio, ha pensato bene di creare un gioco interamente basato su queste missioni da fattorino. Audace.
Ho proseguito pur non seguendo le ragioni della passione e oggi posso dire di aver fatto bene, perché Death Stranding è un gioco che cresce durante la partita, partendo dalle fiacche fasi iniziali per arrivare a un finale abbastanza ripido, svelando le sue carte con parsimonia e lasciandosi dietro una certa traccia emotiva.
Vero è che scegliere di coinvolgere un cast così prestigioso e poi rovinare il tutto con animazioni artificiali è cosa un po’ problematica (utilizzare filmati in live action può sembrare una scelta molto anni 90, ma i Remedy dimostrano come l’integrazione coerente sia possibile) e fa cadere un poco la sensazione di immersione. Tuttavia ho avuto l’impressione che con il progredire dell’avventura anche le espressioni dei volti migliorassero diventando eccellenti sul finale, quasi che Kojima abbia sviluppato il prodotto in ordine cronologico, riservandosi il meglio per le ultime fasi (o magari mi sono abituato io).
Vero è che le sessioni più pimpanti, con le sparatorie e l’azione, sembrano sempre un poco approssimative. Nelle trincee della prima guerra mondiale, così come tra le città in rovina della seconda, ho sempre dovuto lottare con una certa confusione generale esasperata da una gestione della telecamera bizzarra. Ma DS è un gioco con tante sfaccettature e potrebbe anche essere che non a tutte si sia riusciti a dedicare il tempo necessario. Parliamo pur sempre di un lavoro indipendente, che certamente poteva contare su un buon budget, ma comunque lontano dalle mega produzioni tripla A, una cosa che si nota anche nella desolazione dei paesaggi, giustificata dalla trama certamente, ma comunque figlia dell’economia. Se poi ci aggiungiamo che Norman Reedus, Lea Seydoux, Mads Mikkelsen, Gullermo Del Toro e Nicolas Winding-Refn probabilmente non sono venuti via a gratis, si può capire anche una certa necessità far quadrare i conti.
Però è anche imperfetto, sia nel suo presentarsi al giocatore che nello sviluppo di alcune fasi successive, al punto da rischiare di tranciare il cordone ombelicale che tiene legati a lui (questa è solo per chi lo ha giocato).
Comunque ha personalità, caratteristica non comune in un’industria figlia della ripetizione e del basso fattore di rischio. Secondo me questo basta per dargli un’occasione (e superare le prime noiosissime ore).




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