Lo spettatore #311- Opulenza: Babylon (2022)

Ho atteso molto prima di affrontare Babylon e mi ci sono avvicinato con le pinzette, terrorizzato dal rischio di trovarmi di fronte un’opera tutta estetica girata da uno a cui piace farsi notare.
Invece…
Damien Chazelle ama molto il cinema classico della vecchia Holywood, ce l’ha già fatto vedere. Tuttavia forse ama ancora di più lo sfarzo che raccontano le leggende, un modo di vivere leggiadro da Belle Epoque che pare ammantasse le colline sopra El Pueblo de Nuestra Señora la Reina Virgen de los Ángeles del Río de la Porciúncula de Asís agli albori dell’esplosione dell’intrattenimento cinematografico.
Per farci capire quale sia la sua idea di tale edonistica leggerezza ci introduce al film con una festa lunga un miliardo di minuti, durante la quale la nuova aristocrazia di artisti e saltimbanchi si lascia andare ad atteggiamenti degni della corte di Caligola, tra alcol, droghe e sesso in dosi abbondanti all’interno di una villa che un magnate dell’industria adibisce a nuovo foro e nella quale il regista dell’opera decide di presentarci i tre protagonisti della sua storia.
Ammetto di essermi un poco spaventato di fronte a questa opulenza, ma in realtà Chazelle parte dalla cima per mostrarci una discesa inesorabile verso gli inferi che travolgerà tutto e tutti, perché le cose belle sono destinate a finire molto male.
Causa del crollo secondo il nostro è l’avvento del sonoro nei film che, forse di riflesso, produce un cambiamento epocale tra le palme della collina. Inizialmente vediamo come i set deil’era muta siano luoghi festosi, sempre all’aria aperta, pieni di imprevisti facilmente risolvibili grazie alla creatività, dove anche una ripresa tentata più volte serve solo ad affinare un progetto funzionante e stimola gli artisti a dare il meglio. Un’allegra confusone, insomma, dentro la quale i nostri tre capitani di ventura possono essere ciò che vogliono e vivono il sogno americano da diversi punti di partenza deliziosamente baciati dal successo. Qualcuno però alla Warner ha capito come sincronizzare suono e immagini ponendo tutti di fronte a un destino per il quale non sono preparati.
Ammetto che il momento del passaggio tra muto e sonoro mi ha sempre affascinato proprio perché ha imposto alla prima generazione di divi un modo di porsi verso il mezzo che di fatto non conoscevano, esponendoli ai rischi di una recitazione che da lì in avanti sarebbe apparsa buffa e sostanzialmente falciandone una gran quantità in favore del nuovo che avanzava (e che costava meno).
I set del cinema sonoro prendono possesso della seconda parte del film e Chazelle monta la storia esattamente come ha fatto in precedenza, provocando sentimenti opposti. Gli imprevisti sono di natura tecnica e non c’è niente che si possa davvero fare se non rigirare, rigirare e rigirare. Ora i teatri di posa sono all’interno di grossi capannoni, illuminati da fari bollenti, e caratterizzati dalla necessità di fare silenzio perché nessun rumore estraneo entri nel microfono. Una condizione frustrante che rende l’atmosfera tesa e le maestranze nervose, che aumenta il rischio di incidenti gravi e che espone gli attori alle figuracce, perché loro con la voce non ci sanno fare, abituati come sono a gestire tutto tramite le espressioni facciali.
Tutto cambia, non solo il lavoro sul set. Cambiano le feste, gli eccessi non vengono più tollerati, perché si amplia il bacino di pubblico, aumentano i fatturati e con essi la sensibilità degli investitori.  

Chazelle sul finale sembra quasi correggere il tiro, suggerendoci che per quanto frustrante e complicato sia diventato il dietro le quinte, lo spettacolo per noi che guardiamo è ancora lì, pronto a meravigliarci con la magia intatta proiettata su schermo bianco. Una scelta molto emotiva, va detto, che però non ho ben capito cosa ci azzeccasse con le storie dei nostri tre protagonisti, che, in un modo o nell’altro, sono stati spazzati via dalla scena cinematografica senza nessuna pietà. Poi è vero, come dice la giornalista, in realtà saranno sempre lì, eternamente giovani ad ammiccare da uno schermo. Ma mica so quanto sia consolante per loro.

Dopo di che c’è da considerare anche il mostro di questo film, ovvero le oltre tre ore di durata che se aspettava ancora dieci minuti Chazelle poteva iniziare a chiedere i riscatti. Io per affrontare la scalata ho approfittato delle festività optando per una visione pomeridiana con tanto di pausa sigaretta nel mezzo. Questo e il montaggio alternato proposto da Chazelle hanno contribuito notevolmente a regalarmi un intrattenimento molto più che godibile e quindi posso dire serenamente che a me Babylon è piaciuto.
Tuttavia ho dei gusti particolari e non conosco l’esperienza di chi invece il film se lo è beccato in sala col sedere imprigionato in una poltroncina pieghevole. Ecco in quel caso immagino che una sforbiciatina alla festa iniziale e qualche take in meno della valigia che si schianta sul pavimento potevano essere gesti graditi. Dopotutto tre ore sono tre ore e non fanno immaginare una nuova visione nemmeno a me, che pure ho apprezzato.
Che dire? Secondo me non è tutta estetica e c’è qualcosa in più che vale la pena di essere visto. Vero, partivo da aspettative basse, però a me pare che Babylon funzioni nel limite di quelle che sono le intenzioni di Chazelle, uno che vuole omaggiare un certo modo di creare illusioni che magari nemmeno esisteva, ma che evidentemente è per lui fonte di ispirazione.
Fate voi, io non dico niente.



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