Lo spettatore #310- Il pessimismo fantascientifico: 2022 I sopravvissuti (Soylent Green, 1973)
Quando penso alla fantascienza di una
volta mi vengono spesso in mente civiltà decadenti stipate in città
dall’apparenza lussureggiante, dove magari il livello
dell’appartamento in cui si vive è anche simbolo di grado sociale,
con strade umide e malaticce e grandi grattacieli pieni di schermi e
luci sfavillanti.
Ecco, Soylent Green rinuncia a quasi tutto questo, proponendo un mondo in rovina senza nessuna speranza, che quasi aspetta l’estinzione come atto liberatorio. Forse l’opera più pessimista che mi sia capitato di vedere. Una rinuncia a qualsiasi fuoco di ribellione.
Ecco, Soylent Green rinuncia a quasi tutto questo, proponendo un mondo in rovina senza nessuna speranza, che quasi aspetta l’estinzione come atto liberatorio. Forse l’opera più pessimista che mi sia capitato di vedere. Una rinuncia a qualsiasi fuoco di ribellione.
Il film, come forse avrete intuito dal
titolo, è ambientato nel 2022, il che lo proietta in un mondo
retro-futuristico che potrebbe anche far sorridere chi nei duemila ha
entrambe le scarpe. Per quanto sia assurdo pensarlo, però, fino agli
anni novanta parlare del 2000 significava immaginare l’ignoto, un
futuro talmente inaccessibile da poterci infilare dentro di tutto, un
passaggio di testimone tra millenni portatore di chissà quali
sviluppi. 2022 era come 4170, un tempo fuori dalla proiezione umana.
Come sappiamo, però, gli autori di fantascienza hanno un certo timore dell’avvenire, o quantomeno si divertono a provocarlo nel pubblico per vendere di più, quindi il siderale 2022 progettato dal romanziere Harry Harrison e perfezionato dallo sceneggiatore Stanley R. Greenberg è un tempo disgraziato, come raramente se ne vedono anche nelle opere più negative. Ovvio, sul bieco livello della società umana ci azzeccano sempre, più che altro perché non cambiamo mai, sugli effetti disastrosi dell’inquinamento invece hanno un filo esagerato. Almeno per ora.
Come sappiamo, però, gli autori di fantascienza hanno un certo timore dell’avvenire, o quantomeno si divertono a provocarlo nel pubblico per vendere di più, quindi il siderale 2022 progettato dal romanziere Harry Harrison e perfezionato dallo sceneggiatore Stanley R. Greenberg è un tempo disgraziato, come raramente se ne vedono anche nelle opere più negative. Ovvio, sul bieco livello della società umana ci azzeccano sempre, più che altro perché non cambiamo mai, sugli effetti disastrosi dell’inquinamento invece hanno un filo esagerato. Almeno per ora.
La storia è ambientata in una New York
sovrappopolata e asfissiata da un’estate eterna e inesorabile.
Allevamento e agricoltura sono diventate attività rare e super
protette e di cibo vero se ne vede poco. Così la multinazionale
Soylent produce pietanze iperproteiche sintetiche ricavate da quel
poco che si trova. L’ultimo nato si chiama Soylent Verde ed è
prodotto con plancton marino. O così sostengono gli industriali.
Occhio però a non farvi ingannare dalle premesse che ho inserito fin qui, perché la differenza il film non la fa per cosa racconta, ma per come decide di farlo. Non siamo di fronte a un trattato ambientalista, almeno non subito, quanto piuttosto a un noir con l’investigatore che deve indagare a proposito dell’omicidio di William Simonson, personaggio altolocato e dalle amicizie importanti, misteriosamente aggredito in un appartamento che avrebbe dovuto essere inespugnabile.
Occhio però a non farvi ingannare dalle premesse che ho inserito fin qui, perché la differenza il film non la fa per cosa racconta, ma per come decide di farlo. Non siamo di fronte a un trattato ambientalista, almeno non subito, quanto piuttosto a un noir con l’investigatore che deve indagare a proposito dell’omicidio di William Simonson, personaggio altolocato e dalle amicizie importanti, misteriosamente aggredito in un appartamento che avrebbe dovuto essere inespugnabile.
Il fatto di poter utilizzare gli schemi tipici del racconto investigativo consente a Richard Fleischer di sfogliare la margherita un petalo alla volta, tuffando lo spettatore dentro il mondo piano piano, lasciandogli il tempo di adattarsi alla visione estrema dell’ambientalismo che avvolge il progetto, senza forzare la mano. Anzi, direi che la totale rassegnazione della popolazione a una vita di privazioni dalla quale pochissimi individui possono emanciparsi, funge da calmante per la tentazione di trasformare la pellicola in uno slogan. Quando però siamo immersi in questo arido universo Fleischer sfodera il suo commovente attacco mostrando il prima, centrando il punto con efficacia.
Il tutto mentre l’indagine continua e
porta il protagonista interpretato da Charlton Heston (curioso come
gli capitasse spesso di partecipare a queste pellicole anti sistema,
visto quanto sistema si sia fatto lui stesso) a scoprire la reale
composizione del Soylent Green e a lanciare un grido disperato che
non sapremo mai se verrà raccolto o meno (ma direi di no viste certe
espressioni basite) e che in definitiva rimane sempre ben teso
guadagnandosi l’attenzione del pubblico restando allacciato al
genere che ha scelto per raccontarsi.
Poi è ovvio, siamo negli anni settanta e anche qui i produttori sono riusciti a inserire una graditissima squadra di bellezze che levano il respiro, a partire dalla splendida Shirl di Leigh Taylor-Young, ragazza data in dotazione assieme all’affitto dell’appartamento in cui vive e che aggiunge una sfumatura ulteriore alla completa decadenza sociale messa in piedi dagli autori.
Non mancano le facce tipiche del periodo, come quella quadrata alla Clutch Cargo di Chuck Connors o quella sofferente del povero Edward G. Robinson che stava perdendo la sua ultima battaglia con il male che se lo sarebbe portato via dieci giorni dopo la fine delle riprese. Certo, con questa consapevolezza le lacrime dell’attore davanti alla bellezza del mondo hanno tutto un altro sapore, perché la vita sa essere più tremenda del più terribile dei film.
Poi è ovvio, siamo negli anni settanta e anche qui i produttori sono riusciti a inserire una graditissima squadra di bellezze che levano il respiro, a partire dalla splendida Shirl di Leigh Taylor-Young, ragazza data in dotazione assieme all’affitto dell’appartamento in cui vive e che aggiunge una sfumatura ulteriore alla completa decadenza sociale messa in piedi dagli autori.
Non mancano le facce tipiche del periodo, come quella quadrata alla Clutch Cargo di Chuck Connors o quella sofferente del povero Edward G. Robinson che stava perdendo la sua ultima battaglia con il male che se lo sarebbe portato via dieci giorni dopo la fine delle riprese. Certo, con questa consapevolezza le lacrime dell’attore davanti alla bellezza del mondo hanno tutto un altro sapore, perché la vita sa essere più tremenda del più terribile dei film.
Soylent Green è un film che sa restare
dentro proprio per la sua voglia di non lasciare aperto nessuno
spiraglio alla speranza. La battaglia di Thorn è solitaria, tenace,
ma senza alcun premio finale perché dovrà rinunciare alla bella
(issima) e pure alle conseguenze delle sue scoperte perché è
abbastanza chiaro che il suo ammonimento finale resterà inascoltato
da una popolazione che non ha nessuna voglia di lottare.
Ci si alza dal divano con il cuore pesante dopo una visione del genere e il titolo italiano completamente fuori fuoco non contribuisce a scacciare la sensazione.
Vien da chiedere se, superato il fatidico 2022, alla fine siamo quelli descritti da Fliescher mezzo secolo fa e a volte la risposta a questa domanda fa male. Ma poi succedono cose che fanno pensare che no, dopotutto noi siamo ancora vivi a differenza di quei disperati.
Certo, la battaglia si sta facendo tosta. Chissà quanto dureremo.
Ci si alza dal divano con il cuore pesante dopo una visione del genere e il titolo italiano completamente fuori fuoco non contribuisce a scacciare la sensazione.
Vien da chiedere se, superato il fatidico 2022, alla fine siamo quelli descritti da Fliescher mezzo secolo fa e a volte la risposta a questa domanda fa male. Ma poi succedono cose che fanno pensare che no, dopotutto noi siamo ancora vivi a differenza di quei disperati.
Certo, la battaglia si sta facendo tosta. Chissà quanto dureremo.


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