Vi racconto una storia: Tre di sette



Il freddo umido di Marzo gli attraversava i vestiti appiccicandoglisi alle ossa, quindi accelerò il passo, consapevole dell'inutilità del gesto. Quel tipo di gelo una volta che ti agguantava non ti mollava più.
Ma andava bene così: camminare dentro le nuvolette che gli uscivano dal naso gli evitava di pensare a quegli occhi alieni. Si rifiutava di accettare l'idea della sua dignità di professore piegata fino a quel punto, proprio lui che si illudeva di non provare più nulla per niente che non fosse filosofia. Si sentiva intelligente, forse perfino superiore alla media. Invece era un cretino, che come tutti i bipedi dotati di cazzo si era lasciato trascinare dalla suggestione di un amore giovane e disponibile.
Allora, mentre la foschia tentava di assaltargli le caviglie, provò a lasciare che il freddo si impadronisse del suo corpo mingherlino. Ma proprio quando iniziava questo esperimento capì di essere uno stupido. “Stupido!” a credere che una ragazza tanto giovane potesse trovare attraente un manico di scopa mezzo marcio come lui. “Stupido!” perché un sentimento totalmente improbabile gli aveva strappato la razionalità, dopo anni passati a predicarla a torbe di sognatori che si avvicendavano nelle sue aule. “Stupido!” a pensare che un poco di freddo potesse sistemare qualcosa, anche solo dentro la sua testa.
Si rese conto di ciò che stava facendo e si gurdò attorno imbarazzato per capire se qualcuno l'avesse sentito. Nessuno in giro. Riprese a camminare.
D'improvviso comparve un locale. Vagamente nascosto, insolitamente aperto per la stagione. Pochi scalini che andavano verso il basso, una porta di legno con dei quadrati di vetro che lasciavano intravvedere il calore di una luce. Dall'interno provenivano suoni ovattati di voci e musica.
Non toccava alcol da chissà quanto tempo, ma in quelle condizioni forse una bevuta avrebbe ripristinato almeno in parte la sua stabilità mentale. “Poi domani ci pensiamo” disse in una nuvola bianca di fiato.

Una volta dentro il caldo lo aggredì fisicamente assieme all'atmosfera umida, all'odore di alcol, alle voci, alla musica e a uno schermo che mandava in onda una partita di coppa. Mentre si avviava al bancone, ebbe l'impressione che la folla si aprisse al suo passaggio. Si sentì Mosè, ma tutt'altro che baciato dalla grazia del Signore. Gli sguardi che gli si attaccarono addosso esprimevano solo disgusto. “Come girano in fretta le voci” pensò.
Si sedette su di uno sgabello e attorno a lui si produsse il vuoto. Quelli che si stavano abbeverando accucciati al banco presero il loro bicchiere e si allontanarono per sedersi in tavoli già occupati. Quasi tutto il locale ammutolì, lasciando in dono solo le chitarre elettriche della canzone che vomitavano le casse e le imprecazioni di chi stava assistendo alla partita nel retro, troppo nascosto e distratto per accorgersi di lui.
Giovannone, gestore di quella bettola, era un suo alunno ai bei tempi. Un somaro, ma comunque uno studente rispettoso. Se lo vide arrivare trascinando i piedi mentre si asciugava insistentemente le mani con un piccolo straccio marchiato dalla birra che teneva alla spina.
“Professore” gli disse l'omone quasi sottovoce. “Qui dentro tira una brutta aria. Se fossi in lei andrei via.”
“Fammi una birra Giovannone. Bella grande.”
“Professore.”
“La birra.”
Giovannone sospirò, prese un bicchiere da 0,4 litri e agì sulla spina. Gli venne fuori un po' troppo schiumosa. Estrasse un sottobicchiere dal contenitore e posò tutto sul banco. Guardò intorno quasi a scrutare gli astanti. Poi sospirò ancora una volta. Forte. In modo che si sentisse. Infine si allontanò.

Il professore se li sentiva addosso quegli occhi lucidi e arrossati. Lo vivisezionavano. Lo giudicavano. Come se capissero cosa significa cadere dentro due buchi neri ed affogare inebriati da certe sensazioni che nessuno di loro avrebbe mai potuto provare.
Qualcuno nel retro insultò un giocatore, dandogli dell'incapace. Il professore osservò i tavoli. Tutti gli occupanti parvero sfuggire al suo sguardo. Quei poveracci ancora intrisi di grasso, che puzzavano come bestie e non pensavano nemmeno alla possibilità di passare da casa a salutare i loro figli prima di riempirsi di alcol, credevano fosse loro concesso di stabilire chi è buono e chi è cattivo. La forza derivava dal gruppo, numeroso, fatto di gente tutta uguale che la pensava allo stesso modo. O che almeno fingeva di farlo.
Il professore trangugiò anche l'ultimo sorso della sua pinta. Per lui una poteva bastare. Non tollerava quel posto. Non tollerava nemmeno Giovannone che lo guardava con pietà, e da lontano, come se il professore fosse stato un malato che non se l'era cercata, ma che comunque poteva contagiare.
Si alzò in piedi. Estrasse cinque euro dal portafoglio e li poso sul banco, non degnando nemmeno di uno sguardo Giovannone che mosse i primi passi verso di lui.
Si avviò verso l'uscita con gli sguardi etilici degli eroi in abito da lavoro attaccati alla schiena. Una sedia gracchiò, lamentosa. Il Professore spinse la porta di legno e vetro e fu in strada.
La luna piena spuntava tra i tetti dei palazzi e andò a specchiarsi sul cranio pelato del Professore. Ma a Marzo faceva ancora freddo e l'uomo tolse al satellite quel piccolo piacere infilandosi un berretto. Forse fu quel gesto a salvargli la vita.
Perché quando la mazza cadde sulla sua testa accompagnata da una voce biascicante che diceva “hai finito di farti le ragazzine” il colpo fu attutito dalla lana raccolta sul punto dell'impatto.
Il Professore non morì. Ma mentre cadeva sentì arrivare quell'oblio che stava cercando. Si lasciò accogliere da quel pozzo, come fece con quei due occhi da aliena tempo prima.
Se avesse avuto ancora il controllo di se forse avrebbe sorriso.
Andava in un bel posto, dopotutto. Per non tornare più.

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