Lo spettatore #314- Concerto per il mostro: Trap (2024)
Guardando Trap ho avuto l’impressione che questa volta M.Night si sia trovato per le mani un’idea senza riuscire a gestirla fino in fondo. Un film del quale è anche difficile parlare, perché alla fine della fiera la sensazione è quella di non averlo nemmeno visto.
In effetti da Shy tendo sempre ad
aspettarmi qualcosa, che non vuol dire che consideri i suoi film dei
capolavori, ma semplicemente che ne ammiro l’originalità e la
voglia di girare sempre la sua storia, qualsiasi essa sia, con tutte
le controversie che una scelta del genere porta con sé. Se dal punto
di vista estetico è uno di quelli che ammicca da quello
contenutistico spesso ti frega.
È possibile che lo abbia fatto anche stavolta, solo che il risultato è meno stordente rispetto alle solite visioni che propone, più lineare in un certo senso. Anche se l’idea di intrappolare un maniaco omicida nel contesto di un concerto per ragazzine ha un certo potenziale, non lo nego.
È possibile che lo abbia fatto anche stavolta, solo che il risultato è meno stordente rispetto alle solite visioni che propone, più lineare in un certo senso. Anche se l’idea di intrappolare un maniaco omicida nel contesto di un concerto per ragazzine ha un certo potenziale, non lo nego.
Infatti la prima parte della pellicola
è quella che mostra le doti più interessanti. L’ambientazione è
allegra, delirante come possono essere solo questi eventi creati per
produrre emozioni messianiche nelle giovani adolescenti, come da
sempre succede nell’ambito della musica pop. L’effetto del
contrasto tra questo carnevale e la claustrofobia del protagonista
(ben portato in scena da Josh Harnett ) dà spazio a momenti
intriganti, a scene bizzarre e al racconto del carattere del nostro
attraverso immagini e dialoghi ascoltati di sfuggita, assecondando un
modo di fare cinema che è purezza del mestiere, mostrando bene i
rivali senza mai chiamarli a raccolta, tenendo fede a un punto di
vista scomodo che è quello di un personaggio destinato ad essere
scontroso con il pubblico.
Ne escono anche bei momenti, come
quando l’idolo delle adolescenti si lascia andare in una ballata
romantica con pianoforte, accompagnata dalle torce dei telefoni
accese nell’arena illuminata di blu, come fosse un cielo stellato.
Una visione molto romantica e adatta al pubblico del concerto, che
contrasta in modo potente con Harrnett e la sua necessità di
scrutare per studiare una via di fuga. Una sorta di mostro in mezzo
alle principessine che funziona.
Poi però la trama deve andare avanti e
una volta fuori dal palazzetto il film patisce. Qui la storia segue
un percorso più lineare e finisce nelle mani della piccola di casa
Shy, La giovane potrebbe anche essere una brava cantante (anche se da
un po’ di tempo a me pare che queste stelle del pop abbiano tutte
la stessa voce da pulcino stritolato nel tritacarne, ma sono gusti
miei e non capisco i giovani da quando ero giovane), ma in quanto a
recitazione, mi dispiace, secondo me è parecchio in difficoltà.
Papà Night (che si ritaglia anche un ruolo all’interno della
vicenda) le disegna addosso una sceneggiatura al limite dell’assurdo,
questo va detto. Ma lei sembra più una studentessa in tensione per
un’interrogazione piuttosto che una donna alle prese con un tizio
imprevedibile che potrebbe anche farla a fette.
Un po’ per
questo, un po’ perché nella seconda parte la vicenda sembra non
sapere bene dove appendersi, il film si sgonfia di colpo, perdendo la
sua originalità per incanalarsi in un percorso già battuto. La
questione della doppia vita del pazzo viene raccontata a parole, i
dialoghi prendono il sopravvento sulle azioni e occorre farsi bastare
il cambiamento di umore di uno psicopatico che perde il controllo ma
che sembra coltivare mille risorse per sfuggire sempre alla cattura.
La parte migliore della visione è alle spalle e lo spettatore ne ha
la nitida percezione. Tutto quel potenziale espresso nello stadio con
un maniaco intrappolato, una figlia che vuole godersi il momento col
papà e una miriade di adolescenti in ipotetico pericolo, smette di
esistere per lasciare il posto al solito thriller con il serial
killer in fuga. L’equilibrio si spezza.
A fare i maliziosi si potrebbe anche
pensare che questo Trap sia servito a Shy allo scopo di lanciare la
carriera della figlia che forse stava trovando qualche ostacolo, ma
onestamente non so come se la cavasse lei prima di apparire qui,
quindi magari non è così. Di sicuro se l’intenzione di papà
Night fosse stata quella di mostrarne le doti di attrice, direi che
gli è andata maluccio, perché la ragazza non sembra, almeno al
momento, avere quelle doti di naturalezza che spesso fanno la
differenza. Che non è un male di per sé, dopotutto nemmeno Nick
Cage le ha, serve solo affidarle ruoli giusti e questo non lo era.
Di fatto Trap è un film a metà, che segue una vaga ispirazione ma non la concretizza fino in fondo trovandosi costretto ad andare sul sicuro per arrivare in fondo.
Divertente a tratti, ma non granché nel suo complesso.
Di fatto Trap è un film a metà, che segue una vaga ispirazione ma non la concretizza fino in fondo trovandosi costretto ad andare sul sicuro per arrivare in fondo.
Divertente a tratti, ma non granché nel suo complesso.






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