Lo spettatore #308- Giustizieri divini: Frailty (2001)

Bill Paxton è uno di quegli attori che si vedono un po’ dappertutto. Una faccia alla quale ci si abitua facilmente e che a un certo punto si guadagna anche un po’ di affetto. Non tutti sanno però che Paxton tentò anche la strada della regia dando alla luce il film di oggi, un prodotto pieno di promesse non seguite dai fatti.
Frailty è un thriller figlio della sua epoca, costruito sui depistaggi e su una storia raccontata da un sedicente testimone, un tizio che potrebbe mentire come dire l’assoluta verità. Chiaro che uno spettatore in arrivo dalla visione dei Soliti Sospetti (tanto per citare un nome a caso) ha già l'orecchio allenato agli interrogatori e forse Paxton conta proprio su questo mentre butta giù una trama che sa di psicosi religiosa.
C’è Mc, tra l’altro, in uno dei primi ruoli di peso della sua carriera. Ma il ragazzo è ancora da fare e si vede da come è preoccupato di mostrare lo sguardo intenso e la posa misteriosa, a caccia di un fascino che forse ancora non maneggia con la giusta grazia.
Se Frailty gli fosse capitato per le mani una decina di anni dopo Mc sarebbe stato perfetto per la parte, qui non sono troppo sicuro che l’effetto che ottiene sia quello che il film meriterebbe.
Di certo la sceneggiatura curata da Brent Hanley non lo aiuta, costringendolo ad apparire poco rispetto all’importanza del personaggio che porta in scena e imponendogli un twist finale che manda a spasso anche le cose buone viste fin lì.
I mattatori della pellicola sono Bill Paxton (ovviamente) e Matt O’Leary, giovanissimo e convincente bimbo di cinema che purtroppo con il tempo non è riuscito a confermare le proprie doti (o non è stato abbastanza fortunato da guadagnarsi la possibilità di farlo). Il gioco psicologico tra i due è nettamente la cosa migliore del film e racconta con crudezza l’invadenza della psicosi nella vita quotidiana di una famiglia in difficoltà, ma apparentemente serena.
Guardare questo ragazzino mentre padre e fratello lo precipitano in una liturgia allucinata sempre più profonda fa male all’anima, dico davvero e vale il prezzo che ho dovuto pagare per procurarmi quest’opera quasi introvabile sui canali ufficiali.
Peccato solo per le scelte che Hanley e Paxton prendono per condurre al finale la vicenda. Un ribaltamento di fronte quasi gratuito, che finisce per spezzare l’equilibrio che erano riusciti a ottenere mandando in scena gli eventi del 1979. Forse è anche per questo che Mc non ci fa una gran figura, costretto a partecipare alla linea temporale moderna (per i tempi, visto che ridendo e scherzando son passati 25 anni) alla ricerca del colpo ad effetto a tutti i costi.
Paxton attore è uno spettacolo, perfettamente dentro la parte di papà pazzo, invasato al punto giusto, ma senza la tentazione di sbraitare, sempre trattenuto e imprevedibile al tempo stesso. Paxton regista invece si appoggia un po’ troppo allo stereotipo dando vita a un film dallo schema abusato in quel periodo storico, perciò prevedibile e con l’aggravante di non avere Spacey a giocare con la telecamera.
Non è forse un caso che il buon Paxton dopo Frailty non si sia praticamente più avventurato nel mondo della regia.
Rimane il fatto che la sua faccia davanti alla macchina da presa ci stava benissimo e un po' mi manca.





Commenti

  1. Lo vidi al cinema in modo del tutto casuale quando uscì e non l'ho più rivisto. Non mi piacque particolarmente, però me lo ricordo per sommi capi e se a distanza di 25 anni (!) mi ha lasciato più tracce ti tanti altri film, qualcosa vorrà dire.
    Se McCoso l'avesse recitato subito dopo True Detective, staremmo parlando di tutto un altro film.

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    1. Il discorso sul fanatismo religioso poteva essere concluso meglio. Purtroppo Mc era nella linea temporale sbagliata, per di più acerbo, quindi non è stato il valore aggiunto che serviva al film. Peccato c'era tanto potenziale qui. Grazie della visita!

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