Lo spettatore #305- Sentirsi sporchi: Non si sevizia un paperino (1972)

Capita, a volte, che alcuni film mettano a disagio. Penso a certi racconti dalla psicologia contorta, che puntano a disturbare attraverso la messa in scena non convenzionale, oppure pellicole dall’aspetto onirico che levano riferimenti ai quali siamo abituati.
Ecco, un altro modo che si può utilizzare per creare tale effetto è quello di far sentire sporco lo spettatore, un’arte che il film di oggi maneggia con perizia.
La prima parte della visione lavora molto su questa sensazione, utilizzando la classica ambientazione da paesino ai confini della modernità, scegliendo con crudeltà le vittime della storia e giocando maliziosamente con le indagini, proponendo possibili colpevoli apparentemente in grado di compiere qualsiasi nefandezza, forse addirittura appartenenti a sette dominate da stregoni inafferrabili.
Per capirne la forza, però, il prodotto va inserito nel contesto dell’anno di uscita, un 1972 in cui l’ambientazione di confine assumeva un senso ancora maggiore rispetto a quello che possiamo intuire oggi, perché i piccoli paesi ancora erano preda di antiche credenze nonostante la presenza della nuova autostrada a svecchiarne il paesaggio.
La sensazione di stare immersi nel lerciume fino alle ginocchia è incarnata dalla figura incantevole di Barabra Bouchet, una giovane che Fulci non manca di mostrarci in tutte le sue grazie, in un decennio nel quale diventerà compagna di tante solitudini maschili (ma forse anche femminili). Un sogno, in poche parole, che però sembra piombare nella realtà, provocando crudelmente ragazzini che in condizioni normali dovrebbero guardarla solo attraverso le foto dei poster.
La sua provocante malignità è chiaramente un aspetto piccante, però disturba prima che eccitare e questo al di là dell’ambiguità che lei e quasi tutti i personaggi del film si portano addosso.  
I bambini con le sigarette in bocca sono un altro esempio di questo, così come il finale, che forse noi smaliziati spettatori del 2025 possiamo intuire abbastanza presto durante la visione, ma che nel 1972 rappresentava l’ennesimo schiaffo in faccia al pubblico già stordito dalle continue punzecchiature del regista.
La violenza manifesta che a tratti esplode è quasi anticipatrice di un modo sanguinolento di realizzare i film nel decennio successivo, perché ostentata e insistita, esibita al punto tale che nello spettatore aumenta la sensazione di sentirsi un guardone, uno sbagliato.
Dopo di che non voglio vendervi l’idea che Non Si Sevizia Un Paperino sia un film tranquillamente sopravvissuto allo scorrere del tempo. La bravura del regista nel farci sentire sporchi è riuscita a superare indenne il mezzo secolo, ma tutto il resto è profondamente confinato nella sua epoca, perché internet ha avvicinando la periferia al centro, perché le credenze pagane sono sempre più marginali e perché lo stesso modo di raccontare è cambiato, così come gli effetti speciali (in particolare quelli della caduta finale) non riescono a provocare quel ribrezzo che all'epoca fu probabilmente cercato.
Guardarlo significa mettersi davanti a un film del 1972, senza troppi sconti, magari realizzato anche con budget modesto, invecchiato il giusto e che della sua carica rivoluzionaria originale conserva solo l’aspetto più lurido.
Tuttavia è proprio quell’aspetto a dargli un significato e a renderlo un valido esempio di cinema ancora oggi.
Da vedere.






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