Lo spettatore #304- Una passeggiata nel bosco: In A Violent Nature (2024)

Per noi che siamo cresciuti sotto l’ala protettiva dei Michael, dei Jason e dei Freddy, In A violent Nature è come una giornata a lavoro con papà. Occhio però, che alla fine bisogna scrivere il tema.

In effetti a Chris Nash costruire uno slasher a eliminazione diretta nel 2024 doveva sembrare un esercizio sterile, che tanto dei personaggi destinati agli istinti del mostro non interessa niente a nessuno. Perché non ribaltare il punto di vista quindi, puntando la telecamera sul killer e mettendo sullo schermo tutto lo sbattimento che questi esseri devono sorbirsi quando qualche camperista ebete decide di andare a rompergli le balle.
Idea intrigante non c’è dubbio, che tuttavia espone il film a qualche controindicazione.
Se di solito l’horror è visto dalla prospettiva delle potenziali vittime un motivo c’è e prende il nome di tensione. Per quanto i personaggi che popolano questo genere particolare siano degli insopportabili imbecilli che vorremmo vedere spiattellati male, è anche vero che l’esistenza di una minaccia alla quale sfuggire è il senso stesso di questi racconti. Tenere la telecamera fissa su una creatura inesorabile e indistruttibile, evidentemente, toglie alla storia parte del senso per il quale è stata costruita, perché di fatto fare il tifo per il mostro è ancora più complicato che appassionarsi ai destini dei deficienti.
Per di più i lunghi piani sequenza durante i quali seguiamo le passeggiate del (m)nostro non sono esempi di brillantezza e per quanto il bosco selvaggio possa effettivamente offrire una sua estetica, a cascare è il ritmo, tanto che a volte si ha l’impressione che alcune scene potessero essere tagliate (e siamo davanti a un film che fatica ad arrivare all’ora e mezza, non so se mi spiego).

Chris Nash allora tenta di rimediare utilizzando l’emoglobina, bene rifugio per eccellenza dello slasher. Va detto che la mattanza di Johnny è creativa a sufficienza da rappresentare un buon diversivo durante le fasi di stanca del film, creando quantomeno un sentimento di attesa. Il regista punta quasi tutto su questo proponendo almeno un paio di scene crude abbastanza da rimanere impresse e tentando di giocare con il genere e le aspettative. Tanto che in alcuni momenti la pellicola funziona, fa vedere che dietro c’è un’idea e a tratti intrattiene pure.

Non sono sicuro che basti questo però, perché Nash deve comunque combattere contro tempi morti abbastanza lunghi e con il fatto di avere quasi solo un personaggio in scena. Che è pure muto. Certo, riesce a creare un minimo di humus tra le vittime attraverso discorsi origliati, mostrando il lato oscuro, quello che di solito questo tipo di film non mette in scena. Ma comunque i vuoti restano. Dopo di che il film ha un buon finale, dove finalmente si lascia andare e accelera un poco riconciliando abbastanza con tutto il progetto.
Tutto sommato un buon esperimento, ma temo sia meglio se torniamo a porre la prospettiva sull’altro lato.





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