Lo spettatore #299- Nessuno è al sicuro: Il cattivo poeta (2021)

In un regime puoi essere chi vuoi ma non sarai mai al sicuro, nemmeno se i quadri di comando ti riconoscono il ruolo di ideologo, di poeta supremo, di vate. Perché l’unica questione importante per il potere è preservare se stesso.

Il Gabriele D’Annunzio portato in scena da Sergio Castellitto è un uomo stanco, fisicamente indebolito e mentalmente provato, forse a tratti geloso dei bagni di folla offerti a Mussolini e ferito dalla marginalità in cui è stato relegato. Però è anche un uomo capace di pensare, qualità che il regime non può tollerare.

Il Gabriele D’Annunzio portato in scena da Sergio Castellitto è un uomo stanco, fisicamente indebolito e mentalmente provato, forse a tratti geloso dei bagni di folla offerti a Mussolini e ferito dalla marginalità in cui è stato relegato. Però è anche un uomo capace di pensare, qualità che il regime non può tollerare.
Ad ogni modo, nonostante il titolo, non è lui il protagonista dell’opera. A guidarci nei meandri del ventennio è infatti il Giovanni Comini di Francesco Pananè, giovane pieno di fervore fascista, tutto futuro e grandezza della Patria, che si troverà suo malgrado a sbattere la faccia sulle menzogne del partito, imparando dal Vate la dignità del dissenso e sulla propria pelle le disgustose azioni di quelli che riteneva essere i giusti.
Il Cattivo Poeta è sostanzialmente tutto qui, un film che cerca di scoperchiare il germe della dittatura come tanti hanno fatto prima di lui e che prova a mettere alla testa del racconto un giovane ingenuo, mostrando come sia facile prendersi gioco dei fedelissimi per poi sbarazzarsene quando iniziano a non essere più tali. C’è tutta la crudeltà di un regime ignorante, naturalmente, con lo spinoso gioco della delazione, il senso di paranoia che soffoca ogni rapporto umano e lo spirito sconfitto di chi sa che in determinate condizioni non c’è niente che si possa fare. Dall’altra parte un anziano intellettuale che all’esaltazione fascista ha indirettamente contribuito, che vede i suoi valori scivolare su una china troppo ripida. Un uomo che tenta di riacquistare il centro della scena, ma che ormai non può più farlo, ignorato e dileggiato da quelli che dicevano di ispirarsi alle sue imprese.
Insomma, un racconto amaro che mostra come sia semplice finire tritati da un sistema che ingoia tutti, nemici e amici, pur di sopravvivere e perpetuarsi.
Purtroppo è anche il classico mattone all’italiana, a tratti insostenibile, dalla regia ordinata, dalla ricostruzione storica interessante, ma anche pieno di dialoghi che quasi non si sentono e lunghi silenzi contemplativi.
Jodice si aiuta con l’ottima interpretazione dei due attori principali e con gli scorci lacustri offerti dal Vittoriale, ma non fa poi molto per tenere aggrappati alla visione. Perché gli argomenti ci sono e sono incontestabili, però sono già stati affrontati prima da altri progetti più ambiziosi di questo, quindi forse occorreva trovare un’altra via per renderli davvero efficaci. O quantomeno per rendere intrigante un’opera che si dilata troppo, rischiando di essere noiosa prima che impattante.

Dopo di che è ormai chiaro che ciò di cui parla non è più il racconto di un tempo lontano, ma una realtà che sta tornando a grosse falcate in buona parte dei paesi che giuravano a se stessi di aver estirpato le radici delle dittature, perché la verità è che in tempi stupidi sono gli stupidi a comandare e più pericolosi di quelli al mondo non ce ne sono. Per cui una ripassata al funzionamento dei regimi non può che far bene. A patto di restare svegli però.





Commenti

  1. Film che devo ancora vedere, ma che non mi sembra uno di quelli proprio leggeri leggeri. Me lo riserverò insieme a un tazzone di caffè, per quei giorni di noia totale.
    Ciao!

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    1. Se lo vedi in una giornata simile rischi di non arrivare in fondo però.

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