Lo spettatore #298- Attenzione allo sguardo: Doppia Personalità (Raising Cain, 1992)
Lassù a Hollywood sono alle prese con l’infestazione di una patologia diffusa solo a quelle latitudini: la sindrome da personalità multiple. Del resto c’è da capirli visto che non ha nessun senso cercare una cura per un disturbo che torna così comodo quando c’è da scrivere un thriller.
Va detto che a De Palma l’argomento
forse non interessa nel senso classico. Aiutato dalla mossa poco
furtiva dei titolisti italiani, il regista è piuttosto esplicito nel
mostrare quanto le varie personalità alternative di Carter Nix siano
allucinazioni e non gemelli tutti matti usciti da chissà dove. Ciò
a cui punta, invece, pare essere la focalizzazione dello sguardo e
per ottenere il risultato fa affidamento su una sceneggiatura
anarchica, che gioca con i concetti di tempo e realtà, mischiando
continuamente sogno e veglia, tentando di depistare lo spettatore
attraverso trovate bizzarre delle quali non sempre ho capito il senso
narrativo, ma che sembrano piuttosto esplicite dal lato estetico.
Inquadrare la lancia della statua per poi sviluppare le scene seguenti in un certo modo illude il pubblico di essere arguto, di aver capito le intenzioni dell’autore, ma subito dopo il regista gli lancia in faccia uno straccio intimandogli di fare attenzione, perché il film sta mostrando ciò che gli fa comodo mentre in realtà De Palma sta raccontando altro.
Non contento poi ripete il giochino con l’arpione, ribaltando di nuovo il concetto di pistola di Checov a suo piacimento.
Inquadrare la lancia della statua per poi sviluppare le scene seguenti in un certo modo illude il pubblico di essere arguto, di aver capito le intenzioni dell’autore, ma subito dopo il regista gli lancia in faccia uno straccio intimandogli di fare attenzione, perché il film sta mostrando ciò che gli fa comodo mentre in realtà De Palma sta raccontando altro.
Non contento poi ripete il giochino con l’arpione, ribaltando di nuovo il concetto di pistola di Checov a suo piacimento.
In questo senso le scelte funzionano
perché ben si accompagnano alla fantomatica sindrome del
protagonista. Eppure la confusione raramente si respira quando in
campo c’è lui. Grazie alle capacità mimiche di Lithgow si ha
sempre la sensazione di sapere chi ci sia alla guida del sacco di
carne chiamato Carter Nix e si intuisce chi sia la vera personalità
forte tra quelle che affollano il suo cranio. Tuttavia, anche qui,
non è sempre tutto così scontato. Caino e Carter si scambiano di
posto talmente tante volte da far fumare i neuroni del protagonista e
De Palma a un certo punto smette di indicarci col dito chi è
veramente in superficie. Così si scopre che in realtà lì dentro
non sono solo in due a passarsi i comandi ma che possono essere altri
a tirare le fila del discorso.
Pensare a Rasing Cain come un
esperimento narrativo è forse il modo migliore di approcciarlo,
perché De Palma si mostra molto abile nel buggerare il pubblico,
mentre forse è meno centrato quando si tratta della gestione dei
ritmi. Ho faticato molto a entrare in sintonia con la pellicola e non
certo perché l’abbia trovata confusa, anzi, per quanto
destrutturata, la narrazione che il regista impone da un certo punto
in avanti mi ha affascinato.
Tuttavia per arrivare a quel punto il racconto ha dovuto fare un giro piuttosto largo, presentando la situazione di tutti i soggetti in campo di modo da arrivare preparati ai fuochi d’artificio e a quel finale melodrammatico tutto al rallentatore che riesce a essere perfetto camminando sulla linea del ridicolo con una precisione certosina. Certo, si fa fatica anche a causa di un doppiaggio italiano poco coinvolgente, pertanto mi riservo un’opinione definitiva dopo essermi gustato Lithgow in lingua originale. Per adesso però è così.
Tuttavia per arrivare a quel punto il racconto ha dovuto fare un giro piuttosto largo, presentando la situazione di tutti i soggetti in campo di modo da arrivare preparati ai fuochi d’artificio e a quel finale melodrammatico tutto al rallentatore che riesce a essere perfetto camminando sulla linea del ridicolo con una precisione certosina. Certo, si fa fatica anche a causa di un doppiaggio italiano poco coinvolgente, pertanto mi riservo un’opinione definitiva dopo essermi gustato Lithgow in lingua originale. Per adesso però è così.
Vero è che De Palma è uno di quelli
che segue sempre il suo stile legato in qualche modo ai classici, ma
che è capace di rompere qualche barriera, portando al cinema film
non sempre bellissimi ma comunque molto personali.
Diciamo che se dovessi consigliare un lavoro dal quale iniziare a gustarsi la sua filmografia difficilmente sceglierei Doppia Personalità, ecco.
Diciamo che se dovessi consigliare un lavoro dal quale iniziare a gustarsi la sua filmografia difficilmente sceglierei Doppia Personalità, ecco.




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