Lo spettatore #297- Astrazione: Sucker Punch (2011)

Io sinceramente non so proprio come prenderlo questo Sucker Punch, un film che poteva essere mille cose e che invece forse non è niente. Un’ora e tre quarti di colori che esplodono sullo schermo esaltati da tanta musica, forse persino troppa. Eppure anche un racconto di quelli con Messaggio, che vuole denunciare la condizione dei sanatori del secolo scorso e l’irrinunciabile abuso di potere del patriarcato.
Tante cose appunto. Oppure niente.

Se l’idea di Zach Snyder fosse stata quella di costruire un B-Movie con un plotoncino di soldatesse dai costumini ammiccanti che combattono tra il fischiare dei proiettili e lo scintillare delle spade in un universo fantasy decadente, io ci sarei anche stato. Magari non si sarebbe rivelato il progetto più innovativo che si potesse immaginare, ma quantomeno poteva mostrarsi onesto, senza nemmeno rinunciare all’importantissimo messaggio che il regista voleva a tutti i costi trasmettere. Una buona storia porta con sé tutti i sottotesti di cui ha bisogno.
Però qui si giocava in serie A, i soldi erano tanti e probabilmente anche le ambizioni uscivano dal vaso, quindi il concetto andava infilato bello chiaro e probabilmente da qui nasce l’idea di mettere insieme tutta questa giostra narrativa, che vorrebbe davvero essere tanto evocativa ma finisce per mangiare se stessa.
La storia narra di una giovane spedita in manicomio dal patrigno cattivo e qui condannata a una lobotomia. Nei cinque giorni che le restano prima di perdere il lume della ragione la ragazza decide di svignarsela. Ad aiutarla la capacità di astrazione, che sulle prime le farà vivere una vicenda analoga al reale solo ambientata in un bordello e poi, durante le sue danze ipnotiche, la proietterà in fantasiosi campi di battaglia nei quali, assieme alle sue compagne riottose, affronterà situazioni pericolose per giungere all'obbiettivo.
Tutto molto bello se si capisse davvero qualcosa e non mi riferisco a ciò che si vede, ma a quello che sta sotto la narrazione esplicita. Per esempio: le danze che Babydoll (lo so, ma si chiama così, io non posso farci niente) mette in piedi nel mondo astratto numero 1 le esegue anche nel mondo reale? E se si, che bisogno ha di astrarsi per non essere più prigioniera di un istituto, se poi deve diventarlo di un puttanaio?
Ma non pensiamoci troppo, tanto Snyder copre tutti i suoi buchi di trama con un’estetica travolgente nella speranza che con tanta roba sullo schermo il pubblico non stia troppo lì a interrogarsi. Dopotutto qui si attaccano gli abusi di potere, serve mica far troppo gli schizzinosi, che se no sembra che tifiamo per i potenti e non per quelle povere creature soggiogate da Oscar Isaac e dalla sua cricca.
Tanto per farci capire come qui non si possa star troppo a sottilizzare perché ci sono delle ragazzine innocenti che lottano per la loro libertà, Snyder ci piazza in primo piano una Emily Browning che pare fatta di porcellana e che col suo vestitino da scolaretta, la pettinatura infantile e il visetto tutto imbronciato pare uscita dalla fantasia di un adolescente fissato con la cultura giapponese. La vocina dell’attrice è talmente lieve che nemmeno quando fa la dura si riesce a sentire e però ha un coraggio da sacrificio estremo, tanto che le compagne fin lì supine al regime di Isaak decidono di seguirla in questa guerra senza speranza. Un personaggio così di impatto estetico da costringere il regista a piazzarla sempre davanti alla cinepresa, perché Browing, va detto, sa come ammiccare all’obbiettivo. Peccato solo che esaurita la visione non rimanga nel cuore un solo istante, sovrascritta da decine di marinarette che dominano questa iconografia da ben prima del suo arrivo.  
Poi viene fuori addirittura la svolta finale che vorrebbe ribaltare la questione, mostrando come Snyder ci ha ingannato schierando in prima linea questa guerriera Sailor mentre in realtà il film ci stava dicendo tutt’altro, come se bastasse una frasetta buttata lì da una vocetta sottile e una parrucca vista all'inizio e non servisse invece tutto un discorso visivo sul tema dello sguardo e sul senso del depistaggio.
Allora, visto che vogliamo giocarcela in modo brillante, gradirei sapere chi diamine è il vecchio saggio, che in manicomio non si vede mai, nel bordello non compare, ma improvvisamente lo troviamo alla guida di un autobus. Mi state dicendo che la fantasia di Babydoll è così potente da sconfinare e creare costrutti anche nel mondo reale? Ma stiamo parlando di soprannaturale? Non lo so, a me pare solo l’ennesima trovata gettata dentro perché produce un colpo di scena, ovviamente totalmente gratuito come quasi tutte le svolte a cui si assiste durante la visione.
Non fraintendetemi, Sucker Punch ha i suoi momenti, portati da un Oscar Isaac capace di stare sopra le righe il giusto e dai non rari guizzi di Snyder. Vero, a volte il regista forse esagera, come durante le battaglie che rappresenta con un miscuglio di videoclip e cinematiche da videogioco, ma il suo è un cinema d'impatto che non si vergogna di eccedere se lo ritiene necessario. A mancare però è il collante, quel magico filo che fa dire di aver assistito a un film e non a un insieme di momenti anche belli, ma poco coesi.
Sucker Punch potrebbe addirittura essere sopravvissuto ai suoi difetti, fino ad assurgere a livello di cult e Babydoll magari è salita in cima alla collina dei ricordi con la sua spada slanciata verso il cielo (e forse sta addiriittura urlando, ma non riesco proprio a sentirla), è possibile.
Non mi stupirebbe che esista un’intera schiera di affezionati che riesca ad amare alla follia questo gran casino e la sua afona protagonista con il broncio. Io stesso fatico a definirlo brutto, perché nei fatti non lo è. Solo che proprio non so come prenderlo.




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