Lo spettatore #295- Amore disperato: Sid & Nancy (1986)

Per chi non li conoscesse o avesse dubbi i Sex Pistols non erano altro che una boy band assemblata da impresari che negli anni settanta davano la caccia a ragazzini dalla forte presenza scenica, qualità più importante della conoscenza musicale.
Se metti insieme un gruppo di sbandati e li paghi per sfogare tutta la rabbia durante tour faticosi e concerti quotidiani, cosa potrà mai andare storto?
Per le anime più romantiche Sid e Nancy potrebbe addirittura raccontare una storia d’amore, magari estrema ed esasperata, ma una storia d’amore. Io romantico non mi sento, specialmente dopo aver visto un film che, più che rappresentare il sentimento di una coppia di giovanissimi lasciata in balia delle proprie fragilità, mette in scena una vicenda desolante, zeppa di una disperazione senza uscita, di speranze tradite, di illusioni senza senso.
Si amavano davvero Sid e Nancy? Chi può dirlo, forse nemmeno loro sapevano se esistessero dei sentimenti dentro quel rapporto dominato dall’eroina. Di sicuro dal film emergono due anime sole, circondate da persone che forse se ne fregavano, oppure che vivevano su un filo troppo sottile per potersi permettere di tendere loro una mano e aiutarli a venire fuori dal baratro senza rischiare di finirci dentro con tutta la cresta.
Il movimento punk, soprattutto agli inizi quando il lato estetico ne era solo una parte e non una moda futurista, era permeato da rabbia giovanile espressa sotto forma di anarchia e nichilismo. Un infantile inno al rigetto che conteneva megawatt di energia.
Qui di quell’energia rimane solo lo spettro, risucchiata da un vortice di sostanze che si divora i protagonisti (già non troppo svegli di loro, almeno stando al racconto che ne fanno Alex Cox e Abbe Wool). Si assiste a uno svuotamento di personalità, come in qualsiasi storia di droga, quando la vita diventa uno spazio di dolore sospeso tra un buco e l’altro.
In questo senso Sid e Nancy non racconta nulla di diverso rispetto a mille altri prima e dopo di lui, si limita a mettere al centro un tizio famoso e la tizia che stava con lui, i loro tentativi deprimenti di trovare sprazzi di normalità, l’illusione di tirarsene fuori, la fine di tutto al termine di una galleria senza uscita.
A volte servono anni per giungere a quel punto, altre, se si è predisposti all’autodistruzione come questi due, basta qualche mese.  

Per lo meno ci viene data la possibilità di assistere a una delle prime apparizioni di Gary Oldman, che non serve nemmeno vi dica chi sia data la carriera che gli si sarebbe aperta davanti. Qui va sopra le righe, tentando di assorbire le caratteristiche di Vicious forse talvolta esagerando un peletto, ma va detto che mettere su schermo un personaggio del genere senza scadere almeno un po’ nella macchietta è impresa titanica, che Oldman comunque porta a casa con lo stile che da sempre lo contraddistingue. Convincente anche Chloe Webb negli ingrati panni della Yoko Ono della situazione, come se quello dei Pistols non fosse stato un cerino pensato per bruciare in fretta. In mezzo agli altri poi spuntano facce note, come quella di Courtney Love (che forse studiava per un futuro senza coltello, cosa che poi ha fatto la differenza nella sua vicenda per certi versi così simile a questa) e Iggy Pop, ma anche tanti caratteristi destinati a farsi un nome nei decenni a venire.

Quello che resta dopo la visione, però, è il senso di un vuoto lurido, di immondizia e panni sporchi, di vite gettate via dentro un’illusione venduta da altri, di disperata autodistruzione e inutile speranza di redenzione. Due persone che forse credevano di amarsi, ma probabilmente volevano solo compagnia quando si bucavano.
Ragazzi perduti fin da subito, ai quali forse nessuno poteva offrire niente di diverso dal carburante per bruciare in fretta.





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