Lo spettatore #294- Arnold uccide i generi: True Lies (1994)
Al principio c’è un film di successo che sfonda i botteghini. Poi compaiono gli emuli ricchi, recitati da attori famosi o in procinto di diventarlo, affidati a registi abili e capaci: è così che nasce un genere. Subito dopo arriva la serie B a proporre copie delle migliori pellicole in formato economico, tanto per mandarle in un paio di sale prima di riversarle nel mercato dell’home video. Infine giungono le commedie che ne fanno una parodia e in quel momento il genere muore. Poi certo, entrerebbe in campo la Z, ma a quel punto è già troppo tardi.
Se un regista come James Cameron
accetta di mettere in piedi un progetto come True Lies significa che
nel 1994 almeno un paio di generi sono pronti alla sepoltura, nella
fattispecie il cinema d’azione e quello di spionaggio.
L’operazione prevede infatti di mettere a referto un film tutto matto, che sfiori i generi d’ispirazione, ma che li stravolga con una trama esagerata e una sceneggiatura che le tiene il passo tra gags fisiche, battute continue e situazioni limite.
L’obbiettivo è ovviamente quello riderci sopra, prendendo bellamente in giro stereotipi ormai incarniti nel cinema di Hollywood per dare una scossa al mondo dell’action, dominato da facce di bronzo senza espressione e con gli occhiali da sole.
Ma, come detto, fare diversamente significa uccidere.
L’operazione prevede infatti di mettere a referto un film tutto matto, che sfiori i generi d’ispirazione, ma che li stravolga con una trama esagerata e una sceneggiatura che le tiene il passo tra gags fisiche, battute continue e situazioni limite.
L’obbiettivo è ovviamente quello riderci sopra, prendendo bellamente in giro stereotipi ormai incarniti nel cinema di Hollywood per dare una scossa al mondo dell’action, dominato da facce di bronzo senza espressione e con gli occhiali da sole.
Ma, come detto, fare diversamente significa uccidere.
Il risultato è una commedia capace di
strapparmi qualche risata, il che, dato il mio rapporto con la
comicità, lo considero comunque come un successo. Tuttavia i momenti
nei quali i muscoli della mia faccia hanno trovato modo di
sgranchirsi sono legati più a situazioni specifiche che al film in
sé, che ho trovato poco equilibrato, con una trama interessata a
dare la precedenza alle scenette più che al corpo centrale del
racconto.
Chiaro Cameron ha voluto mettere insieme un prodotto che profumasse di eccesso, non lasciando mai lo spazio al realismo per intrufolarsi. Tutto ciò che si vede accade a due metri dal suolo, in un turbinio di eventi che in un certo senso servono anche a giustificare certe carenze recitative. Ma il troppo stroppia dicono i saggi e anche in questo caso a massima trova conferma.
Chiaro Cameron ha voluto mettere insieme un prodotto che profumasse di eccesso, non lasciando mai lo spazio al realismo per intrufolarsi. Tutto ciò che si vede accade a due metri dal suolo, in un turbinio di eventi che in un certo senso servono anche a giustificare certe carenze recitative. Ma il troppo stroppia dicono i saggi e anche in questo caso a massima trova conferma.
Poi va detto che sentire recitare la
Quercia in lingua originale è uno strazio. Non tanto per l’accento
tedesco che è una caratteristica del buon Alois e ci sta, quanto
perché quando parla lui la voce sembra arrivare da un’altra
stanza. Nelle fasi più tese il suo urlo preoccupato smonta tutto con
la grazia di un tornado, mandando a spasso l’ambizione di costruire
situazioni delicate dentro la commedia.
Lo sappiamo, Arnold già da qualche anno stava cercando di riciclarsi come attore poliedrico, buono per tutti i generi e non solo per mostrare il suo fisico di marmo sudato alla telecamera. Un’operazione coraggiosa, da una parte, ma anche furba perché Schwartzy scemo non è mai stato e aveva probabilmente già annusato nell’aria un certo sentore di putrefazione.
La presenza di Jamie Lee Curtis al suo fianco però non l’ha aiutato perché il divario di talento tra i due fa quasi rumore. Lei nel ruolo della casalinga sfiorita che cerca un’avventura è perfetta, abilissima a nascondersi dietro gli occhialoni e la pettinatura neutra, tanto che quando decide di far esplodere la sensualità non è solo il maritino a rischiare l’infarto.
Lo sappiamo, Arnold già da qualche anno stava cercando di riciclarsi come attore poliedrico, buono per tutti i generi e non solo per mostrare il suo fisico di marmo sudato alla telecamera. Un’operazione coraggiosa, da una parte, ma anche furba perché Schwartzy scemo non è mai stato e aveva probabilmente già annusato nell’aria un certo sentore di putrefazione.
La presenza di Jamie Lee Curtis al suo fianco però non l’ha aiutato perché il divario di talento tra i due fa quasi rumore. Lei nel ruolo della casalinga sfiorita che cerca un’avventura è perfetta, abilissima a nascondersi dietro gli occhialoni e la pettinatura neutra, tanto che quando decide di far esplodere la sensualità non è solo il maritino a rischiare l’infarto.
Detto ciò rimane da certificare che
True Lies è un film del 1994 e i suoi anni se li porta tutti. Certo,
resta una visione piacevole, con un’interessante costruzione
narrativa che sembra puntare da una parte, e invece svolta e racconta
altro per tornare al punto di partenza con naturalezza.
Prende in giro un genere che da allora non si fa quasi più, quindi parte del suo potere è andata persa nel turbinio di particelle che aumentano l’entropia. Ma se decideste di dargli un’occhiata non buttereste il vostro tempo.
Ciao.
Prende in giro un genere che da allora non si fa quasi più, quindi parte del suo potere è andata persa nel turbinio di particelle che aumentano l’entropia. Ma se decideste di dargli un’occhiata non buttereste il vostro tempo.
Ciao.




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