Lo spettatore #291- Il cinema sentimentale: Echi di una breve estate (Echoes of a Summer, 1976)
Ma se da un lato tutti la ricordiamo giovane professionista in Taxi Driver, è altrettanto vero che molte delle sue partecipazioni di quell’epoca son finite dimenticate nonostante il sussulto di popolarità che le è piombato addosso dopo Il Silenzio Degli Innocenti.
A quei tempi questi mattoni venivano definiti film sentimentali, una categoria dalla quale le persone sagge tentavano di tenersi alla larga. Di fatto si trattava di drammoni strappa lacrime melensi e sdolcinati dai colori tenui spesso enfatizzati da pezzi pop tipici del periodo nei quali un tizio dalla voce grave frignava qualcosa al microfono, il tutto mentre una telecamera mostrava un paesaggio da acquerello preferibilmente con un laghetto a rifrangere i raggi del sole.
Uno schema rigido dal quale Don Taylor non ha nessuna intenzione di staccarsi.
Peccato, in un certo senso, perché volendo il materiale di partenza c’era. Jodie infatti interpreta una bambina affetta da una malattia cardiaca incurabile, che è consapevole del suo destino e che si appresta a festeggiare il dodicesimo compleanno con l’idea che sia l’ultimo. Assieme a lei c’è un padre che tenta di proteggerla costruendole attorno un mondo di fantasia e una madre che non si rassegna all’inevitabile e continua a contattare specialisti incapaci di fornire una diagnosi alternativa. Qui ci sarebbe già un bel conflitto pronto tra i genitori e il loro modo opposto di approcciarsi al dramma, ma a complicare ulteriormente la questione c’è una governante affetta da una forma lieve di fanatismo religioso che prova a spiegare la tragedia in arrivo attraverso il vecchio schema delle punizioni divine e un bambino strano ma saggio che, forse perché ancora piccolo o forse perché estraneo alle dinamiche atrofizzate della famiglia, è l’unico a comprendere cosa fare con l’amica che probabilmente sta morendo ma intanto è ancora viva.
La situazione è così esasperante da rendere faticoso rimanere legati al film, almeno finché non viene fatto capire che in quel luogo ideale dove la gente non lavora e passa il tempo a dire minchiate sta succedendo qualcosa di brutto. Peccato che anche dopo i dialoghi restino astratti rendendo tutta la melassa insopportabile e parecchio noiosa. A dispiacere è che qualche faro lungo la narrazione si accende, tipo il confronto tra i genitori, o dialoghi tra i bambini, o ancora il pseudo sermone della governante. Ma si tratta di cenni che fanno aumentare il rammarico per una potenza celata dietro la superficie pastello di un prodotto che mai riesce a esplodere come meriterebbe.
Se vi piace lo stile, accomodatevi, se siete abili cercatori da qualche parte salterà fuori. Se però l’idea non vi convince risparmiatevi la fatica, la Jodie di Taxi Driver resta comunque un ricordo migliore.
Ciao.




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