Iuri legge per voi... Il vampiro e altre novelle gotiche (2024) di A.K. Tolstoj
I vampiri sono tra i mostri della
cultura dell’orrore che meno sopporto, così come fatico ad
apprezzare il genere gotico. Eppure, come un deficiente qualsiasi,
sono andato a recuperarmi questa raccolta di Tolstoj (non quel
Tolstoj) che per titolo indossa proprio il nome di uno di quei
fastidiosi zanzaroni giganti. Pare che a volte voglia andarmele a
cercare.
Invece per l’ennesima volta uscire dal proprio confine porta a scoprire situazioni interessanti, nuovi modi di raccontare (si fa per dire, che questi testi l'autore li ha scritti nell’ottocento) e interessanti esperimenti letterari.
Se da un lato è vero che abbiamo classici racconti in stile, con la cornice narrativa, i paesaggi boschivi notturni e i castelli in rovina pieni zeppi di fantasmi tentatori, dall’altro ci sono alcune scelte di scrittura intriganti, che forse non sempre funzionano alla perfezione, ma che comunque evidenziano un certo ardimento.
Il primo racconto, per dire, è stato così influente da aver rappresentato lo scheletro per un sacco di film del secolo successivo (uno su tutti: Il primo episodio di I Tre Volti della Paura altresì conosciuto come Black Sabbath), grazie alla capacità di costruire una situazione ambigua. Inoltre tre delle quattro storie si affidano a un narratore attivo, che quindi risulta inaffidabile e potrebbe raccontare un mucchio di palle al suo uditorio (del quale fa parte anche il lettore, in un certo senso), ma che nessuno è in grado di smentire, dando alle trame quella vaghezza leggendaria che tutto sommato funziona. Non si tratta di nulla di particolarmente sbalorditivo, forse, ma comunque è una scelta indovinata.
Poi c’è il racconto principale, nonché il più lungo dell’antologia, che utilizza in parte questo stratagemma, ma che lo arricchisce sfruttando anche un narratore obbiettivo, tentando poi di fondere realtà, allucinazione, delirio e dimensione onirica in una trama fluida dove le cose si fanno sempre più confuse mano a mano che la vicenda entra nel torbido.
Questo è stato forse il momento dell’esperimento che ho trovato più attrattivo, perché Tostoj non dà mai coordinate per fare capire quale sia la verità del suo racconto: le parti allucinate prendono spunto da momenti concreti, mentre questi ultimi contengono sempre piccole dissonanze che lasciano il dubbio se i deliri del protagonista siano davvero tali.
Vero è che in certi passaggi ci ho capito poco e che in alcuni momenti la trama si arrotola un poco su sé stessa, ma nel complesso il progetto è ben calibrato e va in porto dando il giusto senso alle storie paranormali che l’autore vuole raccontare.
Posso dire di aver apprezzato i momenti passati insieme a Tolstoj, che anche se non è quello (ma un suo lontano cugino, mi dicono) ha dimostrato di saperci fare con la penna. Purtroppo nel resto della sua produzione lo scrittore si allontanerà dal genere, anche perché si tratta di letteratura mal vista in patria e sarebbe curioso sapere dove sarebbe potuto arrivare se avesse affinato ulteriormente la tecnica.
Ma fa niente, abbiamo questo e io ve lo consiglio.
Ciao
Invece per l’ennesima volta uscire dal proprio confine porta a scoprire situazioni interessanti, nuovi modi di raccontare (si fa per dire, che questi testi l'autore li ha scritti nell’ottocento) e interessanti esperimenti letterari.
Se da un lato è vero che abbiamo classici racconti in stile, con la cornice narrativa, i paesaggi boschivi notturni e i castelli in rovina pieni zeppi di fantasmi tentatori, dall’altro ci sono alcune scelte di scrittura intriganti, che forse non sempre funzionano alla perfezione, ma che comunque evidenziano un certo ardimento.
Il primo racconto, per dire, è stato così influente da aver rappresentato lo scheletro per un sacco di film del secolo successivo (uno su tutti: Il primo episodio di I Tre Volti della Paura altresì conosciuto come Black Sabbath), grazie alla capacità di costruire una situazione ambigua. Inoltre tre delle quattro storie si affidano a un narratore attivo, che quindi risulta inaffidabile e potrebbe raccontare un mucchio di palle al suo uditorio (del quale fa parte anche il lettore, in un certo senso), ma che nessuno è in grado di smentire, dando alle trame quella vaghezza leggendaria che tutto sommato funziona. Non si tratta di nulla di particolarmente sbalorditivo, forse, ma comunque è una scelta indovinata.
Poi c’è il racconto principale, nonché il più lungo dell’antologia, che utilizza in parte questo stratagemma, ma che lo arricchisce sfruttando anche un narratore obbiettivo, tentando poi di fondere realtà, allucinazione, delirio e dimensione onirica in una trama fluida dove le cose si fanno sempre più confuse mano a mano che la vicenda entra nel torbido.
Questo è stato forse il momento dell’esperimento che ho trovato più attrattivo, perché Tostoj non dà mai coordinate per fare capire quale sia la verità del suo racconto: le parti allucinate prendono spunto da momenti concreti, mentre questi ultimi contengono sempre piccole dissonanze che lasciano il dubbio se i deliri del protagonista siano davvero tali.
Vero è che in certi passaggi ci ho capito poco e che in alcuni momenti la trama si arrotola un poco su sé stessa, ma nel complesso il progetto è ben calibrato e va in porto dando il giusto senso alle storie paranormali che l’autore vuole raccontare.
Posso dire di aver apprezzato i momenti passati insieme a Tolstoj, che anche se non è quello (ma un suo lontano cugino, mi dicono) ha dimostrato di saperci fare con la penna. Purtroppo nel resto della sua produzione lo scrittore si allontanerà dal genere, anche perché si tratta di letteratura mal vista in patria e sarebbe curioso sapere dove sarebbe potuto arrivare se avesse affinato ulteriormente la tecnica.
Ma fa niente, abbiamo questo e io ve lo consiglio.
Ciao
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