Lo spettatore #289- Dove tutto ebbe inizio: Dark Star (1975)
Con mia sorpresa è comparso sul
paginone della piattaforma di Jeff Dark Star, primo film ufficiale di
John Carpenter nonché uno di quelli che ancora mi mancavano da
vedere.
Ho una predilezione per il regista in questione, quindi quando ti fanno un regalo del genere tocca approfittarne.
Ho una predilezione per il regista in questione, quindi quando ti fanno un regalo del genere tocca approfittarne.
Tra il serio e il faceto John Carpenter
e Dan O’Bannon mettono in scena la loro versione a basso budget di
2001 Odissea Nello Spazio, giocando con il concetto di fantascienza
filosofica molto in voga in un certo periodo storico, scimmiottando
l’alienazione dell’equipaggio, aggiungendo suggestioni dall’Alien
che sarà e sperimentando il più possibile, data la scarsa
disponibilità economica unita alla già sviluppata conoscenza
cinematografica.
Il risultato è una pellicola particolare, dalla perfetta lunghezza carpenteriana, che ovviamente è pensata per divertire ma che comunque è anche capace di costruire la tensione da spazio chiuso che esploderà nel successivo film di Ridley Scott.
Il risultato è una pellicola particolare, dalla perfetta lunghezza carpenteriana, che ovviamente è pensata per divertire ma che comunque è anche capace di costruire la tensione da spazio chiuso che esploderà nel successivo film di Ridley Scott.
Si, perché se doveste chiedere al
giovane film di rispondere alla domanda più infame che si possa
porre a un bambino, probabilmente vi risponderebbe che il suo
genitore preferito è Dan O’Bannon, le cui tematiche qui sono
presenti in forze, seppur smorzate da un umorismo non sempre
brillantissimo.
Del resto con i mezzi a disposizione l’idea di prenderla come uno scherzo ha senso e se è così tanto vale calcare la mano fino in fondo. Il pallone da spiaggia colorato che vedete qui sopra, infatti, sarebbe l’alieno invasore della pellicola, lo xenomorfo ante litteram che dovrebbe spargere terrore nell’equipaggio, ma che invece, come ovvio, è ridicolmente pericoloso.
Del resto con i mezzi a disposizione l’idea di prenderla come uno scherzo ha senso e se è così tanto vale calcare la mano fino in fondo. Il pallone da spiaggia colorato che vedete qui sopra, infatti, sarebbe l’alieno invasore della pellicola, lo xenomorfo ante litteram che dovrebbe spargere terrore nell’equipaggio, ma che invece, come ovvio, è ridicolmente pericoloso.
I computer che bisticciano tra loro, il
discorso finale alla bomba, il capitano congelato che chiede del
baseball e l’assurdo finale simil epico sulla tavola da surf
rafforzano il concetto parodistico che sta alla base del film.
Ma una parodia funziona bene quando segue una linea narrativa logica e in questo O’Bannon e Carpenter fanno un bel lavoro, rendendo comunque con efficacia il senso di solitudine e i primi stralci di follia che pervadono l’equipaggio della Dark Star, fornendo allo spettatore un’esperienza valida nonostante i limiti del progetto.
Ma una parodia funziona bene quando segue una linea narrativa logica e in questo O’Bannon e Carpenter fanno un bel lavoro, rendendo comunque con efficacia il senso di solitudine e i primi stralci di follia che pervadono l’equipaggio della Dark Star, fornendo allo spettatore un’esperienza valida nonostante i limiti del progetto.
Perché, al di là della capacità di
arrangiarsi che diventerà una caratteristica vincente della carriera
di Carpenter, vedere la Dark Star da fuori rimane un’esperienza
molto anni settanta. Eppure il risultato finale riesce a essere
coerente con lo spirito di un racconto che, se proprio devo trovagli
un difetto potenzialmente invalidante, soffre di un ritmo non
esattamente spumeggiante.
Chiaro, nell’ottica di una parodia di 2001 la cosa potrebbe anche avere senso, ma la sensazione è che, forse perché alla prima prova con un lungometraggio, i due autori non siano stati abili a riempire l’ora e mezza con la giusta densità di elementi.
Chiaro, nell’ottica di una parodia di 2001 la cosa potrebbe anche avere senso, ma la sensazione è che, forse perché alla prima prova con un lungometraggio, i due autori non siano stati abili a riempire l’ora e mezza con la giusta densità di elementi.
Ma ci può anche stare, dopotutto le
capacità di Carpenter e O’Bannon emergeranno prepotenti più
avanti nelle rispettive carriere. Qui contava dimostrare di avere
potenziale, farsi notare, prendere l’abbrivio e in questo senso
l’operazione è riuscita grazie a un prodottino simpatico da
vedere, senza grosse pretese, ma curato stilisticamente quanto meglio
si poteva.
Una visione gliela si può regalare.
Una visione gliela si può regalare.



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