Lo spettatore #328- Colui che cammina tra i filari: Grano rosso sangue (Children of the Corn, 1984)

L’unico incontro della mia vita con Grano Rosso Sangue è stato un lampo. Lo incrociai per caso in una di quelle reti locali che trasmettevano di tutto in scarsa qualità VHS, credo a fine anni novanta o inizio anni zero. Su quello schermo c’era Malachia che urlava ordini agli altri ragazzini. Non l’ho più dimenticato.

In effetti è piuttosto difficile ignorare la preponderanza del personaggio portato in scena da Courtney Gains all’interno della pellicola. Per la sua faccia particolare tutta spigoli e denti, certamente, ma soprattutto per una mimica capace di trasfigurare il volto di un adolescente non privo di una certa dolcezza, in uno spietato assassino assetato di sangue. Malachia fa decisamente paura e la sua contrapposizione con l’Isaac del già venticinquenne John Franklin (truccato in modo da sembrare affetto da vampirismo) avrebbe potuto essere il vero motore di un film che (e dico l’ennesima cosa impopolare, ma tanto siamo tra pochi intimi) è la fiera delle occasioni mancate.

Ho letto il racconto di Stephen King probabilmente prima di aver visto di sfuggita Gains sbraitare e da quello che ricordo si trattava di una storia piccola, derivativa e molto concentrata sull’influenza di Colui Che Cammina Tra i Filari (l’ennesima incarnazione di Randall Flag) sui giovani dannati di Gatlin. Al Re interessavano le liturgie, la potenza corruttrice della religione, la facilità di mettere su una setta e trasformare gli adepti in macchine disposte a tutto. Potrei ricordare male, ma credo fosse una storia senza salvezza e con la speranza affidata solo a chi poteva distruggere tutto dall’interno, senza specificare se ciò si sarebbe verificato o meno.
Qui invece tutto questo non c’è, che va benissimo perché ognuno interpreta lo spunto in base a cosa lo tocca di un racconto. Solo che né il regista Fritz Kiersch né tantomeno lo sceneggiatore George Goldsmith sembrano sapere dove puntare le torce.

Intanto iniziano con la narrazione in terza persona operata da uno dei bambini che racconta la vicenda non si sa bene a chi, visto che dopo una decina di minuti la voce si tace. Poi si concentrano sulla coppia di innamorati interpretati da Linda Hamilton e Peter Horton insistendo sul nodo del matrimonio che lei vorrebbe ma lui no, lasciando a intendere che questo contrasto potrebbe essere utile, ma dimenticandoselo completamente. Poi, appunto, risolvono la diatriba tra il profeta e la mano di Dio facendola scoppiare e concludere nell’arco di poche sequenze. Non sfruttano la preveggenza di Sarah praticamente mai e di fatto restano sospesi sopra la narrazione dando l’impressione di non sapere come prenderla in mano.

Ai suoi tempi Children Of The Corn (in Italia chiamarlo I Figli Del Grano sarebbe suonato molto più evocativo, ma lasciamo stare) fece un botto pauroso, incassando tantissimo specialmente in rapporto ai due spicci spesi per realizzarlo e so anche che si tratta di un film amato ancora oggi.
Non credo sia difficile capire perché: la rivolta dei bambini è sempre un argomento che tira, con i suoi messaggi impliciti sulla perdita di innocenza. Del resto se ti devi proteggere da chi dovresti proteggere viene fuori un corto circuito niente male. Ma Grano Rosso Sangue non è il primo a trattare l’argomento.
Vive di suggestioni e questo non glielo posso togliere, ma anche di una sceneggiatura che sembra scritta di corsa, che vorrebbe approfondire le tematiche di un racconto breve, ma che non ha forse il coraggio di staccarsi troppo dal lavoro di King. O che quanto meno è indecisa sui metodi da attuare per farlo.
Il resto ce lo mettono i bambini, attori sempre complicati da portare sulla scena perché chiaramente non abbastanza esperti per gestire le emozioni dei loro personaggi.
Dagli anni ottanta è arrivato senz’altro di peggio, ma se doveste chiedermi un parere personale, vi direi che se vi interessa una narrazione compiuta e coerente potreste lasciarlo anche stare.
Tuttavia, come dicevo, questo film ha spaccato tutto e generato nove seguiti, quindi a tanta gente dev’essere piaciuto e chi sono io per divergere da questi pareri?
Fate voi ordunque, ma ora vi lascio che ho da lavorare.






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