Lo spettatore #325- Rutger se la gode: Detective Stone (Split Second, 1992)

Da come la buttava via ho come l’impressione che nel 1992 Rutger Hauer ne avesse già le scatole piene della serie B in cui era sprofondato. Se solo potessi tornare indietro nel tempo per avvertirlo che il peggio doveva ancora arrivare…

Anche perché questo Split Second parte da presupposti più che decenti, mostrando un’estetica legata al decennio precedente unita alla denuncia dei cambiamenti climatici, provando a mettere in scena un noir classico con l’investigatore a caccia dell’assassino seriale, per poi trasformare tutto in un action thriller con il mostro. Scelte audaci e idee potenzialmente vincenti che indicano quanto qui si sia almeno tentato di produrre un film decoroso e avvincente, anche se ci si è riusciti solo in parte. 

L’aspetto generale dell’opera è accattivante e presenta una Londra del futuro (2008 addirittura, l’inarrivabile secondo millennio) semi sommersa dalla pioggia incessante e invasa dai ratti che nel putridume ci sguazzano. Un modo di rappresentare l’acqua non come elemento purificatore ma come agente malsano che si adatta bene alle atmosfere malaticce che avvolgono tutta la visione. I piedi sempre in umido, i vicoli desolati, le metropolitane abbandonate, tutto concorre all’atmosfera, compresa la figura del protagonista, segnata come tutti gli investigatori del novecento da un pregresso tragico e da un presente apatico che può essere addolcito solo dalla bottiglia.

La bella di turno è la qui presente Kim Cattrall con caschetto sbarazzino, dagli argomenti indubbiamente validi e interprete del classico ruolo di damigella in pericolo, incapace di badare a se stessa, zuccherino consolatorio per Stone e principessa da salvare nel finale. Peccato, perché la ragazza è tosta e meriterebbe uno spazio diverso, ma all’alba dei novanta il fucile lo doveva tenere il maschio alfa, o tuttalpiù il suo collega un po’ scemo, altro carattere abbastanza tipico del genere che qui viene affidato a Neil Duncan. Ci sarebbe pure la faccia iconica di Pete Postlethwaite nel ruolo di nemico interno del protagonista, ma purtroppo scivola fuori dalla pellicola troppo velocemente.

Gli elementi da B-Movie emergono quando si inizia ad analizzare la sceneggiatura di Gary Scott Thompson, un lavoro che deve tenere conto dell’invalicabile limite dei 90 minuti (all’epoca una legge nel cinema di intrattenimento) e che di conseguenza tende a diventare farfallina in qualche passaggio, rinunciando all’approfondimento e alla logica, per dare la precedenza all’azione che nel finale deve esplodere. Scelte comprensibili visto l’obbiettivo del film, così come si può passare sopra a qualche leggerezza geografica, visti i limiti economici del progetto e la necessità di dare comunque movimento alla storia.

Detective Stone non è una visione imperdibile, ma è un fiero rappresentante di un tipo di cinema che ormai non si fa più perché sono spariti i teatri che potevano ospitarlo. Povero ma curato, dal ritmo ballerino a causa della necessità di durare un tempo precisamente codificato, divertente e divertito eppure ambizioso a modo suo, perfettamente godibile da chi, finita una giornata di lavoro, si sedeva davanti alla TV per gustarsi un film in santa pace e andare a dormire a un orario decente anche tenendo conto delle interruzioni pubblicitarie.
Certo, oggi certe scelte, soprattutto di trama o gestione dei personaggi, appaiono invecchiate, ma Hauer in versione Detective Stone sa ancora dominare lo schermo.
Mi sa che non era stufo della serie B. Probabilmente la governava come un sovrano e ci si stava divertendo come un matto con tanti saluti ai Bastioni di Orione e tutte quelle menate li.






Commenti