Vi racconto una storia: Uno di sette



La bandiera gelata sbatteva contro il palo di metallo tenendo un ritmo che urtava Giovanni Pesce appoggiato lì sotto a osservare il parcheggio.
Solo cinque macchine. Cinque miseri tettucci sui quali brillava la brina accesa dalla luce lunare. Giovanni sentì l'amarezza salirgli dalle viscere.
Subito dopo arrivò la rabbia e fu anche peggio.
“Che idea di merda farci venire qui a Gennaio porco mondo!” sbraitò con quella voce che sembrava venire dal centro di un pozzo profondo e che così male si intonava al suo scheletro alto, fino e storto.
“Sempre la solita solfa ripeti.” disse di rimando Sciantal dal suo banco delle frittelle. Lei che invece pareva sempre cantare.
Giovanni lo sapeva che diceva sempre le stesse cose, ma non poteva farci niente. Persino un mezzo tordo come lui si rendeva conto che al Luna Park, in quel periodo dell'anno, non ci veniva nessuno. In certi posti bisognava andarci d'estate, porco mondo.
“Sciantal, dammi una coca va!” disse alla donna che lo guardava dal baracchino. Li, imbacuccata sotto cappotti sciarpe, guanti e berretti, non si sarebbe detto quanto fosse bella. Ma, anche se non arrivava al metro e settanta, la Sciantal in estate ti faceva tremare la voce, quando si vestiva poco e faceva intuire quello che c'era sotto. Poi lei non profumava di paura come gli altri e questo a Giovanni piaceva.
“Uè Giovà.” Giovanni scoprì di essere già davanti al baracchino di Sciantal, immerso nell'odore delle frittelle. La donna gli porgeva una bottiglietta con il liquido scuro che ondeggiava all'interno. Giovanni allungò la manona dalle dita storte e la raccolse dal guanto in pelle di lei. Le sorrise e Sciantal ricambiò, un po' incerta.
“Che non ci vai stasera alla giostra?” gli chiese lei. Giovanni si volse verso la stradina. Una ragazza con due occhi che parevano alieni camminava tenendo sotto braccio un uomo dall'aria fragile che poteva essere suo padre. O suo nonno forse. Li immaginò davanti alla sua esibizione.
“Questo è il pubblico di stasera” disse Giovanni a Sciantal indicandoli con il mento asimmetrico. “Non credo siano pronti per il mio spettacolo.”
“Nessuno lo è Giovà. Nemmeno io che sto con voi da vent'anni”.
“C'è Fernando che si sgola ai dischi volanti. Magari è meglio se vanno da lui.”
Giovanni lasciò il baracchino delle frittelle e pensò di tornare alla giostra. Chissà, magari vedendo le luci e sentendo il richiamo qualcuno di quegli infreddoliti visitatori si sarebbe fatto incuriosire. Ma poi ci ripensò. Che senso poteva avere accendere tutto? Solo uno spreco di corrente. Al diavolo quel posto, tanto valeva farli chiudere senza troppe cerimonie. Che del Luna Park non gliene fregasse niente a nessuno appariva chiaro come il sole. Almeno l'onestà di confessarlo.
Così si incamminò portandosi appresso il suo scheletro tutto piegato. Zoppicava Giovanni, lottando con certi dolori che si insinuavano tra le giunture e sopportando il peso di un cranio enorme tutto bitorzoli. Ma a quei fastidi era abituato. Erano i regali di quell'altro, che quando arrivava faceva i suoi comodi, lo torturava e lo lasciava senza forze. Ma almeno gli dava da mangiare.
Il sospetto invece non riusciva ad accettarlo. Mentre passava accanto alle giostre sentiva gli occhi puntati su di se, assieme all'odore della paura. Lo trattavano ancora come un adolescente incapace di gestirsi. La vedeva la Nives, impegnata a sgelare col sale l'acqua dei suoi cigni di plastica, mentre lo scrutava piena di timore. O Fernando, dal gabbiotto dei biglietti che teneva ben chiuso al suo passaggio. Solo Sciantal lo considerava adulto. Con lei si sentiva sempre bene. Persino le giunture gli dolevano meno quando ci parlava.
Continuò a trascinarsi e giunse davanti alla sua giostra. Rimase li, avvolto dal buio dell'insegna spenta. Passò qualche minuto a inspirare il profumo delle frittelle e a espirare nuvolette di fiato condensato. Doveva entrare e chiudersi dentro, lo sapeva. Ma poi l'odore di sollievo che percepì timido attorno a lui gli fece cambiare idea. Stavolta gliela avrebbe fatta vedere a tutti.
Si allontanò dal cono di ombra dell'attrazione per dirigersi verso il campo dei caravan accompagnato dallo sguardo sconcertato di Sebino della nave pirata che puliva la pedana in mancanza di meglio da fare.
C'era la sua roulotte al campo, anche se non la usava mai. Giovanni era stufo, voleva andare in un posto che potesse considerare casa, almeno quella notte durante la quale non aveva nessuno da spaventare. Andassero tutti al diavolo.
Si fece accompagnare dalla luce della luna, che rischiarava il tragitto per lui. Aprì la porticina, accese la stufetta e si piazzò sulla poltrona davanti alla TV.


Si svegliò quando sentì un rumore. Doveva essere passato un bel po' di tempo perché Crozza non era più in onda. A parte le voci che provenivano del televisore non sentiva nulla. Forse aveva sognato.
Andò alla finestra e la vide lassù. La luna annegava di luce il suo piccolo soggiorno e Giovanni tentò di ricambiare il suo sguardo benevolo. Notò che quella sera il satellite aveva catturato un compagno. Un piccolo puntino rosso che le brillava accanto, incredibilmente definito. Per qualche motivo la circostanza lo fece sorridere. Rinfrancato e fiero di se stesso decise di farsi una passeggiata fino alla giostra e chiudersi nella gabbia. Per quella sera aveva dimostrato sufficiente forza di volontà.
Ma quando fece per aprirla, si accorse che la porta era stata bloccata. La scosse con forza, fino far cigolare i dannati cardini. “Aprite!” provò a urlare. Fuori i suoni del Luna Park tacevano, segno che tutti avevano spento. Forse dormivano.
Giovanni sentì il furore impossessarsi di lui, come accadeva quando si esibiva. “Ma qui non c'è l'inferriata a trattenerti”, si disse con l'ultimo barlume di lucidità. Poteva ancora controllarsi, lo sapeva. Decise di ignorare quell'avvertimento.
“Va bene bastardi, avrete ciò che volete.” disse.
Iniziò il dolore. La chiara percezione delle ossa che si deformavano. La pelle lacerata che bruciava. I denti che scarnificavano le gengive. Mandibola e mascella che si allungavano scricchiolando. L'urlo che si trasformava e diventava più profondo, traendo origine dalle sue viscere.
Il respiro si fece più veloce, ma non affannoso. Solo intenso. Sentì gli odori attraversargli le narici e iniziare a parlare. Arrivò la fame, atroce e incontenibile. Si spense la luce.
Di quello che seguì ricordò solo pochi frammenti. La porta della roulotte che volava lontana. Sebino che scappava urlandogli di tornare in se. Il sapore del sangue di Ornella e i colpi del bastone di Enzo, leggeri come punture di zanzara. Sciantal che gridava pietà e proteggeva i suoi bambini con il corpo, profumata come un cerbiatto spaventato.
Poi venne il fumo che gli intorpidì la parte umida del naso. La luce delle fiamme che gli accecò gli occhi. La paura e la rabbia feroce. Lo sfrigolare del pelo quando lo percossero con le aste infuocate. Il ringhio selvaggio. Persone come tizzoni ardenti che scappavano in ogni direzione.
Il profumo sublime della pelle bruciata. La fame che si prendeva tutto quanto, insaziabile. Il meraviglioso sapore della carne che lo travolgeva come mille orgasmi.
Infine l'ululato alla Luna, che se ne andò a dormire assieme al suo nuovo compagno.


Lo trovarono seduto sotto la bandiera fiaccamente illuminata dal primo sole, proprio all'ingresso del Luna Park. Era nudo ma non sentiva il freddo perché il pelo riusciva ancora a mantenere la temperatura corporea. Anche se già iniziava a cadere.
“Ce la fa ad alzarsi?” gli chiese una voce. Forse un poliziotto. Giovanni ci provò e scoprì di riuscirci. Mentre si faceva accompagnare verso i due lampeggianti che rischiaravano le ultime ombre del parcheggio, si concesse uno sguardo a ciò che rimaneva della sua casa. Vide il fumo alzarsi dai monconi anneriti delle strutture. Le giostre e le roulotte non c'erano più. Solo cigolii da un mondo morto.
Provò a piangere, ma non ci riuscì.

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