Lo spettatore #303- Arte o tecnica?: The Menu (2022)

La cucina è tentazione e io, che son fatto di carne, sono stato tentato. Non tanto dai piatti proposti da Chef Fiennes, quanto da Anya-Taylor Joy avvolta nel suo abito lucente. Ho un debole per quei tessuti credo di averlo già detto, specialmente se portati con lo stile di chi ci si sa muovere dentro. Quante distrazioni e pensare che a me lei nemmeno piace così tanto.
Ma diamoci una regolata che qui c’è un film da vedere.
The Menu è uno di quei pochi esempi di intrattenimento gonfiato dalle aspettative che non si affloscia come un souffle dopo la prima forchettata. Ci sono talmente tanti strati dentro questo lavoro da consentirgli di sopravvivere alla visione, ma soprattutto c’è una calibrazione degli ingredienti che lo rende godibilissimo anche durante la stessa, amalgama che non sempre riesce se non si conosce il giusto dosaggio.
Ora credo che la pianterò con le metafore culinarie che mi sento stupido da solo.
La pellicola di Mark Mylod si inserisce in quel filone che spesso viene accostato all’horror, ma che con il genere di solito ha poco a che spartire. Un prodotto che di sicuro non mira a spaventare lo spettatore, ma che in qualche modo prova a disturbarlo evitando i meccanismi viscerali che spesso caratterizzano il mondo del terrore al cinema, cercando piuttosto stratagemmi intellettuali a volte freddi come impostazione, pur se piuttosto diretti nell’esposizione.
Non credo si sia capito molto di quello che intendo, è che se devo andare di esempi rischio di guastarvi una pietanza che invece merita di essere assaporata un pezzo alla volta (e ridagliela con le metafore a tema, sono veramente un cretino).
Facciamo così: voi che potete andarvene, andatevene. Qui continuo da solo così racconto la cosa come mi viene.
Non che la sceneggiatura di Seth Reiss e Will Tracy offra sfumature particolari, anzi la definirei piuttosto lineare e con poco spazio per l’interpretazione. Un gruppo di clienti dalle tasche capienti viene invitato su un’isola per partecipare a una cena esclusiva al ristorante gestito dal rinomato chef Julian Slowik, che per loro ha in serbo un menù del tutto speciale. Ma qualcuno tra gli ospiti non dovrebbe essere lì e questo complica la riuscita del progetto.
La forza del film sta tutta nella satira che fa da base alla narrazione. Ci si prende gioco di tutto il mondo della cucina moderna che propone piatti elaborati dalle porzioni insignificanti e toglie ai locali il significato stesso di punto di ristoro. Ci si fa beffe della seriosità che sta dietro a quel mondo, col suo corredo di critici raffinati, leccaculo, appassionati incompetenti o semplici arricchiti che cercano l’esperienza per il lusso che rappresenta e non per le qualità di chi sta ai fornelli.
Dall’altra parte Fiennes e i suoi cuochi, i responsabili di sala, i camerieri e tutti coloro che hanno scelto un mestiere dedicato al servizio, che vedono le loro fatiche sprecate da una serie di cafoni che non percepiscono la loro arte e il loro raffinato gusto per l’eccellenza, una sorta di setta segreta formata da adepti dello Chef, gente talmente stressata da essere disposta a uccidere per affermare la grandezza del proprio impegno. O a morire anche, perché no?
È un discorso che va oltre le motivazioni che stanno dietro alla scelta dei clienti di quella specifica serata, che comunque ci sono e servono per costruire un po’ di trama. È un concetto generale che prova a dire (secondo me) come un certo modo di vedere l’arte (qui rappresentata dalla cucina molecolare di Chef Slowik) smembrandola, togliendole il piacere di esistere in quanto tale, descrivendola e meccanizzandola, rendendola fredda per chi la approccia perché sempre più tecnica e meno passionale e frustrante per chi la pratica costretto a stare dietro alle pretese degli altri e non più al proprio piacere, abbia finito per rovinarla.
Un bel modo per smontare la struttura di un mondo che vive a cento metri da terra, raccontato da un film divertente, vagamente eccessivo e a suo modo inquietante, soprattutto per merito di un Fiennes deliziosamente in parte nel ruolo di cuoco un pelino stressato. Il suo duello con Anya Taylor Joy è intenso e il fatto che esista un ospite inatteso che rovina il menù di Slowik è una variabile che infonde un movimento brillante, rompendo lo schema di accettazione messianica che sul finale avvolge tutti quanti. Margot è lì come cliente, vero, ma sta anche “servendo” , che detta così suona peggio di come dovrebbe, ma solo perché attribuiamo alle parole significati che spesso non hanno.
La lotta di lei per sfuggire al destino che un imbecille le ha gettato addosso, la comprensione dello Chef nei suoi confronti e il suo sincero dispiacere nel doverla includere, la trovata che utilizza lei per tirarsene fuori e il gusto che prova lo chef a tornare a una cucina basilare, sentita, semplice, sono gli elementi che trainano la pellicola.
Insomma con The Menu Mark Mylod ha azzeccato il film della vita, quell’opera che centra il punto con la precisione di un cecchino, andando a prendersela con tutte le sovrastrutture che si costruiscono attorno alle cose semplici per renderle esclusive e con il mondo che le circonda, fatto di cialtroni che parlano senza sapere un cazzo. Come faccio io del resto, che mi ritengo almeno parte bersaglio della satira di questo film, seppur gestisca uno spazio insignificante che leggo solo io come il diario di un adolescente.
Vien quasi da dire che il film sarebbe stato eccelso anche se Anya Taylor Joy si fosse vestita con camicia a quadri e pantaloni sformati. Tuttavia quel vestito ...  






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