Lo spettatore #302- Un mondo tutto verde: Avalon (2001)

Cinema e letteratura tendono a demonizzare il rapporto tra umanità e tecnologia. Succede da sempre, dai romanzi di fantascienza degli esordi alle storie di PK Dick fino alla corrente Cyberpunk, mai una volta che il progresso possa portare a qualcosa di buono. Ma per fortuna arriva Avalon e tutto assume un sapore nuovo.
No dai scherzavo, siamo sempre lì. Del resto da uno con i trascorsi di Maboru Oshii non è che ci si potesse aspettare un approccio diverso.
Avalon è un film del 2001 (ma questo lo sapevate già) e ciò spiega alcune scelte stilistiche che sulle prime lasciano un poco perplessi. Il fulcro della trama è un videogioco all’interno del quale i cittadini di un imprecisato non tempo passano le loro giornate in situazioni virtuali di guerra. La popolarità di tale intrattenimento è così alta da trasformarlo in una sorta di evento sportivo, con campioni celebrati e relativi guadagni stellari.
Se oggi questa realtà può avere quasi un senso logico, vista la popolarità che gli e-sports riscuotono tra i più giovani, va detto che Oshii e Kazunori Ito alla sceneggiatura seppero dare il giusto peso a una forma di svago all’epoca ancora piuttosto orientata alla solitudine, immaginando come la possibilità di riunire centinaia di giocatori dentro la stessa partita avrebbe potuto portare a una crescita del medium.
Forse l’unica caratteristica di cui non hanno tenuto conto è la semplicità che sta alla base del successo delle nuove tecnologie. Per giocare come fa Ash oggi come oggi è sufficiente sfruttare un controller e avere hardware adeguato, il resto viene tutto da solo. Ma capisco che l’armamentario indossato dalla protagonista potesse servire da scenografia oltre che a esacerbare il senso malsano che permea la visione.

Non siamo davanti a un body horror alla Cronemberg, ma comunque l’idea di sporcizia è forte ed è attribuibile (almeno a quanto ho capito io) alla trascuratezza di una società talmente attirata da Avalon da non avere più altri interessi. Anche se Oshii non lo dice apertamente perché tiene la telecamera sempre vicino alla protagonista (che in quanto giocatrice professionista ha a che fare solo con questioni inerenti al gioco stesso), tutto in questo universo è plasmato da Avalon. Lo fa capire attraverso quel filtro verdognolo e quelle luci sparate che fanno molto Playstation 1. Volutamente non c’è nessuno stacco tra le avventure di Ash all’interno di Avalon e la sua vita quotidiana, se si esclude che quest’ultima è monotona e alienante, mentre dentro il gioco lei può esaltarsi.

Voglio essere chiaro però: secondo me Avalon è piuttosto difficile da seguire e solo in parte per via della fastidiosa la messa in scena (dopotutto a quella ci si abitua). Il fatto è che i ritmi del film sono blandi, soprattutto all’inizio e al di là di un muro di testo (stratagemma che considero inutile), non ci sono particolari che introducano alla vicenda e lo spettatore viene gettato in una realtà data per scontata. Va da sé che ci si mette un poco per orientarsi, per di più in un luogo così alieno come quello che viene mostrato.
Fino alla promozione in categoria A special (capirete se vedrete) non ero affatto convinto del lavoro di Oshii, trovandolo troppo faticoso, dalla lentezza quasi ostentata. Poi c’è la svolta e si ha quasi l’impressione di tornare in superficie dopo l’immersione in uno stagno limaccioso e tutto pare acquisire un senso più profondo. Anche se Avalon preferisce lasciare lo spettatore confuso fino alla fine.
Volendo forzare l’interpretazione Avalon potrebbe significare tante cose, dall’allegoria sul passaggio tra gioventù a vita adulta, al senso stesso della determinazione che ti fa superare ostacoli di varia natura portando a un obbiettivo che comunque lascia insoddisfatti. Potrei giocare per ore con questi concetti, ma sicuramente sarete già stufi di leggere quindi la chiudo qui.
Diciamo che Avalon è l’ennesimo ammonimento degli autori spaventati da come la tecnologia penetra le nostre vite e rischia di rendere indistinguibile la realtà concreta e organica da quella virtuale.
Un film che esprime bene i suoi concetti, anche se ci vuole una certa dose di pazienza e forse è proprio questa virtù che la tecnologia sta polverizzando.
Un’altra cosa che Oshii forse non aveva previsto.




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