Lo spettatore #301- La simpatica ruralità contadina: The Wicker Man (1973)

Con grave ritardo rispetto al resto della società civile ho raggiunto l’obbiettivo di guardare The Wicker Man, un opera che, seppur forse non la prima, è senz’altro tra le capostipiti di un certo folk horror. Naturalmente se può vantare questo primato ci sono dei motivi, ma devo confessare di essermi trovato di fronte a un film decisamente più strano di quanto sospettassi.
Credo tutti sappiano di cosa parli The Wicker Man, se non altro per sommi capi. In caso contrario altro non è se non l’indagine di un rigido funzionario di polizia inglese sulla scomparsa di una bambina avvenuta in un’isola abitata da soggetti piuttosto particolari. Il che di per sé non rappresenta nulla di particolarmente sconvolgente, solo che i tizi sono molto particolari e che tutto ci viene presentato tramite l’insospettabile intrusione del musical.
Ora, non vi immaginate i sontuosi balletti di Broadway e tutte quelle cose lì, anche perché la musica non è un linguaggio narrativo vero e proprio qui, quanto uno strumento utile a far sprofondare lo spettatore dentro le peculiarità del villaggio, con tutti i suoi popolani che vivono con tutte le comodità della società moderna, eppure da essa separati in una maniera che sulle prime pare sfuggente.
Il pretesto su cui si muove la sceneggiatura è fondato sull’ostilità non troppo celata che l’inflessibile tutore dell’ordine incontra tra la gente mentre prova a sbrogliare la matassa. Tutti si fingono collaborativi entrare in realtà è evidente anche al poliziotto che nascondo qualcosa. Il protagonista si vede così costretto a sfoderare tutte le risorse di cui dispone per arrivare alla verità, anche se forse queste risorse, in un’isola che se ne frega a sufficienza della sua autorità, rischiano di essere inutili. O addirittura controproducenti e non solo per la semplice risoluzione del caso.
C’è dell’altro dietro ovviamente, ma se come me siete dei ritardatari clamorosi, vi suggerisco di non procedere con la lettura, perché svelare tutti i segreti dell’isola significa rompere parte del fascino di quest’opera.
Lo scontro tra l’autorità e la libertà dei paesani è solamente un pretesto, si diceva, perché probabilmente il succo della vicenda sta un gradino più sotto ed è situato nel valore della morale.
Il 1973 in cui è stato prodotto The Wicker Man era un anno in cui le rivendicazioni sessuali suonavano ancora fresche e gettavano probabilmente nel panico le generazioni cresciute nel fervore religioso del cristianesimo (succede ancora oggi). Presentare i villani in piena estasi da riti pagani, mostrare il sesso come rito, riempire le canzoni popolari di allusioni e far danzare splendide fanciulle vestite solo di vento e poi contrapporre a tutto questo i principi inscalfibili di un uomo incapace di accettare la diversità e fermamente convinto della sua missione di proselitismo crea la crepa profonda nella quale gli autori vanno a inserirsi.
Il finale con quel falò è l’esaltazione del confronto, quasi l’affermazione che sostiene quanto il conservatorismo spinto e moraleggiante sia destinato a soccombere nei confronti delle nove culture libere di esprimere se stesse.
Oppure anche no, nel senso che questi personaggi sono comunque legati a un capo-padrone che indica loro riti e divinità da idolatrare. Sembrano liberi, ma sono comunque legati a riti codificati che si ripetono ogni anno, nella speranza che le loro azoni offrano benefici quando è il momento del raccolto.
Una civiltà che è libera solo in apparenza, che ostenta la promiscuità, che insegna ai bambini l’amore, ma che resta un’entità chiusa, ostile con gli stranieri, capace perfino di tendere tranelli mortali pur di ottenere i benefici effimeri promessi da sacerdoti improvvisati.
The Wicker Man forse vuole suggerirci che in realtà l’aspetto malato della nostra società è la volontà di promuovere gruppi chiusi, all’interno dei quali si può professare qualunque liturgia, anche la più apparentemente libera e democratica, ma che, sotto sotto, per preservare se stessa darà sempre la caccia a un nemico che avrà l’unica colpa di non farne parte.
Oppure è solo un film strano ma gustoso, da vedere pensando a quanto sia riuscito a dare al mondo del cinema nella sua ora e mezza scarsa di durata.
Ciao.




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