Lo spettatore #300- Composizione: La trama fenicia (The Phoenician Scheme, 2025)

Dovrei semplicemente smetterla, tanto ormai è chiaro che le commedie non fanno per me. Questo mio insistere non può far altro che farmele odiare ancora di più. Bisogna imparare a conoscere i propri limiti.

Sgomberiamo subito il campo dagli equivoci: non sono un grande esperto di Wes Anderson, tuttavia dei tre film di sua direzione che ho visto, almeno due li ho trovati carini. Che non è esattamente un termine carico d’entusiasmo, ma, trattandosi di commedie, per me è già un grosso punto a favore.
Certo, forse avrei fatto bene a controllare le date di produzione dei prodotti andersoniani a me graditi, ma fidatevi, a un certo punto della vita ogni cosa sembra successa l’altro ieri e che I Tenembaum e le Avventure Acquatiche Di Steve Zissou si portassero sulla schiena un quarto di secolo non l’avrei mai detto. Standoci attento, invece, avrei scoperto che la pellicola di Wes che meno mi ha comunicato (The French Dispatch) è anche la più vicina al film di oggi. Magari seguendo l’intera filmografia di Andreson avrei anche individuato il punto nel quale lui e io ci siamo separati. Ma davvero ragazzi, sono commedie, c’è un limite anche alla mia sopportazione.
Limite che è stato messo a dura prova anche da questo La Trama Fenicia, articolato prodotto andersoniano che dovrebbe puntare sul grottesco, andando a mettere le pulci al capitalismo e all’avidità serpeggianti tra le strade del nostro mondo. Per aiutarsi nel lavoro Wes chiama a raccolta il solito esercito di star, gente solitamente strapagata ma che per coerenza con lui lavora gratis, o almeno immagino sia così dato che la classica denuncia dei ricchi da parte dei ricchi suona sempre un poco disperata.
Lasciamo stare l’aspetto politico comunque, che non mi interessa quasi mai a meno che non si cerchi di farmelo pesare, e passiamo al succo della questione. Com’è La Trama Fenicia?
Come si può forse intuire da alcune foto sparse per il post, il gusto per la composizione delle immagini di Wes Anderson è indiscutibile. Ogni singola inquadratura è costruita con grazia, tanto che verrebbe voglia di scattare un fermo immagine e appenderselo in casa per rendere il nostro salotto un protagonista del novecento (cit.).
Poi però c’è tutto il resto e qui vengono fuori limiti che in realtà avevo già riscontrato in The French Dispatch. Intendiamoci, parliamo di limiti relativi al mio gusto personale, perché ho il sospetto che a qualcuno queste commedie sofisticate possano addirittura piacere. Eppure a me vedere l’umorismo da comiche alla Buster Keaton condito da dialoghi completamente sballati non conquista, anche quando è confezionato deliziosamente come qui.

È la cifra andersoniana, lo so benissimo, ma è anche un modo di fare cinema che non mi fa più ridere. Nei lavori di Wes che mi sono piaciuti certe idee sembravano sgorgare dalla pellicola, la comicità un po’ assurda che proponeva appariva naturale. Qui invece tutto mi è sembrato forzato, costruito, disperatamente cercato, come se Andreson si fosse detto che se è stato capace di realizzare un tempo questo tipo di prodotto, beh, allora dev’esserlo ancora. Non ho mai riso durante il film, ma questo è un limite mio e lo sapete bene. Tuttavia non sono rimasto nemmeno mai stupito da ciò che accadeva sullo schermo e questo secondo me è un peccato, specialmente durante uno spettacolo che punta molto sull’effetto straniante della messa in scena e sull’assurdità delle situazioni.  

Il risultato è un film che non ho trovato brutto, ma assolutamente dimenticabile il che forse è anche peggio viste le chiare ambizioni di un autore che nelle intenzioni ha tutto, tranne quella di passare inosservato.
Del resto si tratta anche di un’opera difficile da non consigliare, perché, come detto, complice lo stile particolare riuscirà comunque a coltivare una nicchia di appassionati.
Se vi sentite abitanti della nicchia, però, dovete deciderlo da soli. Io nel caso vi aspetto fuori.
Saluti.






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