Lo spettatore #293- Mantenere le distanze: Ferrari (2023)
Ho scoperto che mi riesce difficile parlare di Ferrari anche se si tratta di un film che utilizza le corse (argomento a me assai caro) ed è girato da uno di quei registi le cui opere ho apprezzato quasi sempre. Chissà poi perché?
In questo contesto Mann affida ad Adam Driver il difficile compito di dare le fattezze a un uomo famoso per la sua discrezione, qualità talmente coltivata da farlo diventare nel tempo quasi un'entità astratta per la gente comune.
Ecco, forse una delle pecche di questo lavoro è proprio quella di non aver fatto nulla per ridurre le distanze, ma anzi di inquadrare Enzo Ferrari lasciandone intatto il mistero. Una questione di rispetto per il mito che rappresenta, probabilmente, ma anche una scelta poco amichevole per chi guarda il film. Io per esempio mi sono alzato dal divano con la sensazione di non aver conosciuto il protagonista molto meglio rispetto a quanto sapessi già di lui e questo al di là dei singoli aneddoti che Mann trasforma in cinema.
Poi c'è questa forma di straniamento che mi hanno provocato le scelte linguistiche operate dal regista (o da chi per lui). Mann si è portato dietro un sacco di attori di madrelingua inglese, per cui avrei anche capito l'eventuale decisione di far parlare l'intero cast utilizzando l'idioma albionico, ma, forse per una bizzarra scelta di ambientazione, alcuni personaggi si esprimono in italiano. Capisco il desiderio di immergere il pubblico nella realtà dell'epoca, tuttavia sentire Enzo porgere una domanda in inglese e ascoltare la risposta in modenese suona proprio male. Una sensazione che non se ne è mai andata durante tutta la visione, segno che non sono riuscito ad abituarmici.
Tra gli aspetti più riusciti ci metterei l'atteggiamento dei piloti, che prima della partenza lasciano un biglietto alle mogli e fidanzate come soldati diretti al fronte, un particolare che fa capire quale fosse lo spirito delle corse in quel periodo.
Corse che, anche se non sono il piatto principale, diventano momenti irrinunciabili quando si parla di un uomo che costruiva auto di lusso per finanziare il suo programma sportivo.
Quindi tanto vale parlarne e cercare di capire come Mann se l'è cavata con l'argomento.
Anche perché nel resto del film l'esercizio di Mann è più che sufficiente, pure al netto di qualche libertà poetica (alla Mille Miglia non credo che i piloti si sfidassero in quel modo, essendo una corsa contro il cronometro). Certo questi due e Le Mans 1970 restano di un'altra categoria. Ma il lavoro del regista è piacevole, di sicuro rendimento e nobilita la scelta dei biglietti lasciati sullo specchio concentrandosi sull'aspetto cruento delle gare automobilistiche degli anni cinquanta, mostrando gli incidenti fatali di Castellotti e De Portago in tutta la loro violenza (forse troppa, ma non conosco le dinamiche reali, quindi non approfondisco).
Una violenza che gli serve per tastare con lingua un altro dente dolente nella storia di Ferrari, ovvero il rapporto con la stampa che pretendeva risultati e rinfacciava le tragedie.
Solo le persone grandi sopravvivono a una serie di disfacimenti che le colpiscono in così rapida sequenza. Mi sarebbe piaciuto avere qualcosa in più che mi spingesse a fare il tifo per Enzo Ferrari, un mito ancora distante e che forse è giusto resti tale.





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