Lo spettatore #287- Crescere: Perfect Blue (1998)

Solitamente non seguo l’animazione ma so riconoscere un bel film quando ne vedo uno, indipendentemente dalla tecnica utilizzata per realizzarlo. Di Perfect Blue ne sento parlare da decenni come di un prodotto eccellente, così, lasciando stare i pregiudizi, ho deciso di affrontare l’opera per capire se potevo, per una volta nella vita, condividere l’entusiasmo del pubblico e unirmi al carro del vincitore.
Diciamo che mi accontento di camminarci a fianco per ora.
Si perché Perfect Blue è stato capace di colpirmi, ma anche di lasciarmi interdetto a causa di un finale secondo me non azzeccatissimo, consolatorio più di quanto il racconto in sé sembrasse meritare.
La storia è volutamente confusa e si spinge attraverso passaggi più legati alla suggestione che alla narrazione, ma l’abbrivio che riesce a prendere da un certo punto in poi rende insignificante l’aspetto razionale. Si tratta di una vicenda simbolica, è palese, e come tale non necessita di particolari spiegazioni, che invece Satoshi Kon decide in un certo senso di dare.
Vero, giocando con la dietrologia si potrebbe interpretare il finale con Mima che ci guarda dallo specchietto in molti modi, persino opposti a quanto appare chiaro dalla visione, ma si rivelerebbe un giochino lontano dalle intenzioni dell’autore, piuttosto determinato a lasciar passare un tema preciso.
L’abbandono della vita da idol da parte di Mima in favore della carriera di attrice sottintende il passaggio di età della ragazza che si lascia alle spalle i costumi e i vestitini per un tipo di vita più adulta, emancipata e consapevole, ma anche priva dell’innocenza che mostrava nei panni precedentemente indossati. La Mima che ci accoglie nel film è una ragazza timida, con un atteggiamento ancora ingenuo rispetto al mondo che la circonda, quella che ne prende il posto, soprattutto dopo la scena della violazione recitata, è invece una persona smarrita e confusa, determinata a continuare la sua metamorfosi, ma nostalgica nei confronti della idol che fu, quando tutto era più semplice, forse anche la gestione del successo.
La comparsa dell’allucinazione è semplicemente l’elemento visibile di questo disagio, oltre che la ribellione interiore di una donna forse spaventata da ciò in cui la nuova vita la sta trasformando.
Il fatto che le cose non stiano proprio così ha assunto una duplice valenza, almeno per quanto mi riguarda, Da un lato sono stato contento per la nostra protagonista, personaggio riuscito, dall’altro però son rimasto anche deluso, perché Satoshi Kon è stato abilissimo a sfruttare la tecnica dell’animazione per rendere il suo film intrigante, lasciando che il racconto diventasse fluido, facesse scivolare finzione e realtà narrativa una dentro l’altra, togliesse riferimenti e continuasse a mischiare suggestioni, lasciando anche interrogativi aperti, come ad esempio il vero esito dello scontro con il camion e il significato di quel colloquio con gli psichiatri. Non mi sarebbe dispiaciuto fosse rimasto attaccato a questo stile, meno razionale ma capace di regalare letture più intime.
Intendiamoci, ho trovato vagamente interessante anche l’occhio distratto sull’otaku deforme, un tizio talmente fissato da entrare direttamente nel mondo confuso di Mami, così come è inquietante il ruolo di Rumi, ma sono elementi che trasformano Perfect Blue in un thriller fin troppo convenzionale per quelle che sono le sue potenzialità. Magari Satoshi Kon ha messo in piedi il solito minestrone sfruttando il disturbo mentale (presunto) più in voga nel cinema, ma era stato capace di dargli un aspetto affascinante gestendo bene le amnesie e i vuoti mentali di una Mima sempre più schiacciata dalla scissione della sua personalità.
In definitiva Perfect Blue mi è piaciuto, anche se forse avrei preferito una traiettoria diversa per un racconto che così com’è forse finisce per impegnarsi in troppi argomenti e si risolve per essere un thriller psicologico ben calibrato che produce grandi promesse ma con un finale un poco spento.
Se, come me, foste dei ritardatari cronici e non l’aveste mai visto, io comunque consiglio di farci un giro sopra anche se non siete appassionati di animazione. In questo caso la tecnica aiuta il regista di giocare con la storia come forse un’opera tradizionale non gli avrebbe consentito e aggiunge valore al complesso.
Comunque fate come vi pare.
Ciao.



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