Lo spettatore #242- Crescere insieme: Boyhood (2014)

Conta il come e non il cosa, io lo ripeto sempre. Puoi avere per le mani qualsiasi tipo di soggetto, ma se non riesci a svilupparlo in modo intrigante, rischi di proporre sempre la stessa menata. Di film su infanzie difficili e di romanzi di formazione ne abbiamo gli scaffali pieni, eppure basta un’idea per rendere singolare una trama che non lo è.

Del resto ai tempi si parlò molto dello stratagemma utilizzato da Richard Linklater per mettere insieme il suo lavoro, ovvero quello di girare il film nell’arco di dodici anni, con gli stessi attori che nel tempo sarebbero cresciuti e invecchiati. Lo definirei un esperimento pieno di rischi (nella vita non sai mai cosa può succedere in un periodo così lungo) e coraggioso, che ha portato a casa buoni frutti.
Immagino che l’idea sia costata al regista più di un mal di testa, vista e considerata la difficoltà che credo abbia affrontato nel trovare l’armonia tecnica per il prodotto. Ma è comunque una mossa vincente, perché di film con i bambini che crescono ne abbiamo visti a bizzeffe, eppure vederne uno farlo davanti ai nostri occhi è diverso che assistere a un cambio di attori che, per quanto somiglianti, non saranno mai la stessa persona. Crea un attaccamento più intenso, ci si affeziona e questo Linklater probabilmente lo sapeva.

Che poi alla fine della fiera, non fosse il bimbo quello più interessante da raccontare potrebbe essere un effetto collaterale non voluto. In effetti la centratura della storia appare spesso fuori fuoco, anche perché Linklater aveva per le mani una sceneggiatura fragile, per altro scritta di suo pugno, che per la particolarità dell’opera è stato forse costretto a improvvisare ogni volta che il gruppo si riuniva davanti alla macchina da presa.
Boyhood procede a strappi come se la continuità estetica non trovasse un corrispettivo in quella narrativa, ma ci può anche stare visto l’ampio arco temporale ricoperto dalla storia e dalla produzione stessa. Tuttavia mentre gli succede di tutto attorno, il Mason protagonista della vicenda sembra limitarsi a crescere piuttosto freddo riguardo al mondo che lo circonda.
Ci sono momenti intensi, non dico di no e c’è una forza di base che in un progetto così vasto non mi aspettavo di trovare. Ma ho avuto la sensazione che succedesse tutto a Patricia Arquette, che noi vediamo solo attraverso occhi altrui, perdendoci parte della potenza del suo monologo finale (una linea di dialogo tra le più riuscite di tutto il progetto), che riesce meno impattante di come avrebbe dovuto essere.
Per il resto il film è pieno zeppo di frasi fatte, opinioni politiche buttate nel mucchio e varie prese di posizione ideologiche che appartengono più a Linklater che a Mason. Un neo, forse il più peloso di tutto l’insieme, è proprio nella qualità dei dialoghi, non sempre sincronizzata con la normalità della realtà che il regista sta rappresentando.
Certo che Boyhood resta un’esperienza difficile da dimenticare. Si fosse trattato di un’opera tradizionale probabilmente vi direi che in giro c’è di meglio sull’argomento e che questo lavoro non riesce a estrarre la potenza sufficiente a conquistare.
Eppure l’esperimento di Linklater funziona, forse solo in quanto tale. Il legame che si crea con Mason e la sua famiglia è forte al punto giusto, anche se a volte i personaggi si esprimono come libri stampati. Magari con questo stratagemma Linklater ha un po’ barato, ma a contare è il risultato e la sua fatica nel tenere tutto insieme alla fine ha pagato il giusto dividendo.



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